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Gabriele Pignotta, al Teatro Sistina di Roma: «Scusa sono in riunione è il mio cavallo di battaglia»

Intervista  di Giovanna Villella


Gabriele Pignotta,
artista a tutto tondo.
Poliedrico, ironico e intelligente si gode il successo sui palcoscenici più prestigiosi d’Italia, come quello del Teatro Sistina di Roma dove è  in scena con “Scusa sono in riunione…ti posso richiamare?” insieme a Vanessa Incontrada, ma non brama la visibilità. Spirito libero e generoso, cerca di conciliare i suoi progetti artistici con l’impegno sociale. Ha scelto questo mestiere perché voleva essere felice…

Gabriele Pignotta_credits Courtesy of Press Office
Gabriele Pignotta_credits Courtesy of Press Office


Autore, regista, attore di cinema e di teatro
con incursioni anche nel mondo televisivo. C’è un ruolo che senti più tuo o si equivalgono tutti?

«In realtà non si equivalgono, sono la stessa cosa. Come se fossi un cantautore che non fa distinzioni tra cantare o scrivere. Per me dirigere, scrivere e interpretare fanno parte di uno stesso percorso che inizia con la scrittura e finisce con la recitazione passando per la regia. Ho scelto questa strada e via via mi sono attrezzato per svolgere bene ogni ruolo senza che nessuno comprometta l’altro. Poi può capitare e, magari,capiterà più spesso in futuro che faccia solo l’attore come nell’ultimo film di Fausto Brizzi o di scrivere soltanto come ho fatto con Verdone, ma sono completamenti artistici di un percorso autoriale».

In realtà, inizi la tua carriera come formatore nell’ambito di società multinazionali, dopo una laurea in “Sociologia della formazione e della gestione delle risorse umane”. Cosa ti ha lasciato quell’esperienza e, soprattutto, ha influenzato in qualche modo il tuo essere artista?

«Come tutti (o quasi) ho impiegato un po’ di tempo a vivere di questo mestiere, così mentre studiavo sociologia mi chiamavano delle società di formazione per inventare dei giochi e condurli. Questo, oltre ad appassionarmi, mi ha consentito di conquistare un’indipendenza economica. Poi il lavoro artistico è diventato sempre più consistente ma ancora oggi,nonostante abbia lasciato quell’attività da molto tempo, continuano a chiamarmi. E devo dire che quell’esperienza mi ha lasciato tanto perché un regista deve saper gestire un gruppo, le sue risorse umane sono gli attori che dirige e quindi fa, in qualche modo, formazione. L’esperienza artistica è il catino in cui si travasa tutto il resto. Tutte le mie esperienze di essere umano sono state travasate nel mio essere artista. E più si riesce a farle confluire più ciò che si racconta acquista credibilità».

Parliamo del tuo spettacolo “Scusa sono in riunione…” Insieme a te sul palco Vanessa Incontrada, Fabio Avaro, Siddhartha Prestinari e Nick Nicolosi. Una commedia brillante che dopo oltre 120 repliche in giro per l’Italia chiude il suo tour al Sistina di Roma. Il testo, in realtà, è stato scritto nel 2006. Cosa significa riproporlo oggi? Hai apportato modifiche alla scrittura scenica?

«Sono passati molti anni e la maturità artistica ha imposto una revisione nella scrittura che si è evoluta e sono stati adattati i riferimenti alla contemporaneità. È una riedizione deluxe con un allestimento importante grazie al supporto della produzione di ArtistiAssociatiche è una grande compagine produttiva italiana. Ma i temi sono universali quindi sono rimasti immutati così come senza tempo è il meccanismo teatrale dell’equivoco che si dipana nella seconda parte dello spettacolo. Quindi una commedia contemporanea che viene riproposta in tutta la sua freschezza. È un po’ il mio cavallo di battaglia».

Quanto è difficile far ridere oggi? Cosa chiede il pubblico? La comicità è cambiata nel tempo o ci sono degli ingredienti base che sono insostituibili?

«In realtà per questa commedia non si può parlare di comicità ma di ironia o meglio di comicità situazionale in cui il pubblico può riconoscersi, rispecchiarsi. Qui la maestria sta nel rendere comica quella determinata situazione ma il meccanismo non invecchia mai perché le situazioni sono reali. Un po’ come la classica scivolata sulla buccia di banana. Poi vanno considerati la capacità tecnica, i tempi comici, i dialoghi, la regia… Io, da autore, mi metto sempre dalla parte del pubblico, adotto il punto di vista della platea e quindi lavoro come se fossi uno spettatore, cercando di sentire, di percepire le sue emozioni e quindi metterle in scena».

Gabriele Pignotta_credits Courtesy of Press Office
Gabriele Pignotta_credits Courtesy of Press Office
Hai  cominciato a scrivere e a rappresentare testi teatrali dal 2002 (ben 11). Ma, come tu stesso hai dichiarato, hai dovuto fare un bel po’ di gavetta… nonostante i tuoi occhi azzurri.


«Io mi ritengo un outsider.
Non ho scelto la strada dei provini perché era insopportabile a livello psicologico, non ho scelto la strada del presenzialismo e del network relazionale perché non rientra nel mio carattere. Così ho provato a raccontare delle storie come avevo sempre sognato di fare e mi sono creato la mia “bottega” cominciando a fare delle cose dopo aver iniziato a frequentare l’ambiente dello spettacolo. Un ambiente in cui dovevi, comunque, essere al servizio di un meccanismo più grande di te, di un personaggio, di trame, intrighi, gelosie… molto faticoso per me che avevo sempre sognato di fare questo mestiere perché mi doveva rendere felice. Così, nel mio piccolo e con le mie sole forze ho fatto le scelte che desideravo fare in piena autonomia e libertà artistica… Questa è stata la mia gavetta, iniziata in un teatrino di 30 posti. Oggi, sono arrivato al Sistina, uno dei migliori teatri d’Italia,passando per esperienze importanti e 5 film all’attivo».

Il successo vero è arrivato?

«Se per successo intendiamo vivere bene con il mio lavoro, non avere rimpianti, sentirsi pulito, fare ciò che ami e farlo con le persone che ti piacciono allora è arrivato. Se invece si parla di consacrazione o dipopolarità quella deve ancora arrivare ma la cosa bella è che non la sto aspettando»

Qual è lo spettacolo a cui sei più legato?


«È sempre l’ultimo, ma visto che spesso riprendo
i miei spettacoli ho sempre modo di riappassionarmi alle cose che faccio in quel momento anche se i miei ultimi lavori sono quelli a cui sono più legato perché seguono la mia crescita umana e artistica».

Sei stato diretto anche da altri registi e sei stato interprete di spettacoli scritti da altri autori. PensoOstaggi (2017) scritto e diretto da Angelo Longoniin cui tu rivesti il ruolo di protagonista. Sei un attore“ubbidiente”, “propositivo” o ti concedi sempre una certa libertà di interpretazione?

«Ubbidiente e propositivo. Quando faccio solo l’attore è meraviglioso perché mi rilasso e mi diverto, non sento l’impegno di dover controllare anche gli altri. Ma non sono mancate le occasioni in cui ho fatto delle proposte che sono state accolte».

C’è qualche artista del passato che ha avuto un ruolo nella tua formazione artistica? Qualcuno a cuiti sei ispirato?

«Mi sono formato tra gli Anni 80 e 90 con le sit-com americane: Friends, Casa Keaton, I Jefferson, I Robinson con ritmi e tempi comici fantastici. Ma anche molta filmografia americana sulla scia de “L’attimo fuggente” molto più sognante rispetto a certa produzione più autoriale alla Lars von Trier. In Italia sono stato profondamente contaminato dalla scuoladegli Anni 80: Nuti in primis poi Benigni, Troisi e Verdone. L’artista romano che ha influito sulla mia recitazione teatrale è stato, invece, Proietti e, in una certa misura, anche Montesano per la sua leggerezza di scivolare da un registro all’altro».

Accanto al teatro c’è anche il cinema. Ricordiamo che nel 2014 hai vinto il Biglietto d’oro per soggetto e sceneggiatura del film Sotto una buona stella di Carlo Verdone e nel 2018 il Giffoni Film Festival per Otzi e il mistero del tempo, oltread aver partecipato come attore a tante pellicole dirette da registi famosi. Qual è il tuo rapporto con il grande schermo?

«Deve consolidarsi, non ho ancora la libertà di imporre anche se con il mio ultimo film Toilet, che è un one man movie è successo un piccolo miracolo. Il film è stato prodotto, ha un solo personaggio e una sola location e, in questo momento è in programmazione su Sky. Precedentemente avevo diretto “Ti sposo ma nontroppo, una commedia romantica leggera, il secondo film un fantasy girato in inglese, sul ghiaccio con protagonisti dei bambini. Ma sono comunque contento quando mi viene offerto un ruolo o posso scrivere la sceneggiatura per altri registi».

Gabriele, al di là dei tuoi successi e di questo tuo lato ludico e brillante che esprimi nei tuoi testi, tu sei anche un artista impegnato nel sociale: autore di un documentario sugli orfanotrofi in Sud America scritto e girato sul posto e autore di campagne contro la violenza sulle donne con interpreti del calibro diAmbra Angiolini, Chiara Francini e Claudia Gerini.Cosa significa per te che hai fatto della leggerezza edell’ironia la tua cifra stilistica? 

«Significa mettersi a disposizione non per soddisfare le proprie urgenze artistiche ma per sensibilizzare su temi che interessano tutti e io lo faccio sempre molto volentieri».

Hai lavorato e diretto alcune delle attrici più brave ma quale attrice del passato avresti sognato di avere come partner? 

«Italiana, Monica Vitti. Straniera, Julia Roberts perché sono innamorato di Notting Hill e la considero un’attrice favolosa».

Qual è lo spettacolo teatrale che avresti voluto scrivere tu? 

«I testi di Neil Simon. Ho letto la sua biografia e mi sono ritrovato in moltissimi passaggi… A piedi nudi nel parco, La strana coppia, Rumors sono capolavoriassoluti. Anche se devo dire che non vedo molto degli altri autori perché sono concentrato sul mio lavoro. Certo non mi appassionerebbe realizzare una rivisitazione di Pirandello o di Eduardo perché sono stati troppo sfruttati, preferirei un borderline come Campanile».

Hai mai pensato ad uno spettacolo storico in costume? 

«Mi piacerebbe realizzare il riadattamento teatrale di Shakespeare in love. Ma la mia sarebbe una rilettura molto contemporanea».

I tuoi impegni dopo la chiusura del tour di “Scusa sono in riunione…”?  

«Riprendo un altro spettacolo di successo “Tre uomini e una culla” di cui sono regista e interprete e che sarà per due settimane al Teatro Manzoni di Milano in aprile. Un grande allestimento. E poi a maggio porterò in scena la versione teatrale di Toilet a Roma».

Cosa stai preparando per il futuro?

«Il musical Fantastica con Lorella Cuccarini e un film tratto dal mio lavoro teatrale “Contrazioni pericolose”».

Sei felice? 

«Penso di sì»


L’ultima volta che ti sei emozionato
? 

«Ieri. Oggi. Sempre. E sai cosa mi emoziona? La generosità, l’attenzione verso l’altro. Ma anche semplicemente un sorriso. Un “tutto bene?” detto ad una persona che sta lavorando con te o ad uno sconosciuto alla fermata dell’autobus può cambiare la giornata a lui e a te».

Emilia Scaccia: «Tutto su mia madre. Grazie a lei è nata la mia favola di moda da stilista»

Nella foto la designer Emilia Scaccia_credits Courtesy of Press Office
Nella foto la designer Emilia Scaccia_credits Courtesy of Press Office

L’arte della modellazione. Geometrie, volumi, forme pulite nelle costruzioni materiche di Emilia Scaccia, la stilista che ha lanciato il suo brand Emylia e che, nel panorama della moda romana, ha iniziato a farsi strada con le sue creazioni e  l’atelier Spazio 2.0.  Un laboratorio di idee nel cuore della Capitale, in via Portuense, luogo di incontro e di scambio culturale per l’alta sartoria e la Couture capitolina, che sta evolvendo grazie alla continua ricerca e alla sperimentazione estetica, diventando un punto di riferimento per i giovani designer, ma non solo.

Emilia, l’amore per la moda è un affare di famiglia.

«Tutto parte da mia madre: era una bravissima sarta che ha lavorato tanto per il teatro vestendo attrici come Anna Magnani e Lucia Bosè. Una volta nate io e mia sorella, ha dovuto optare per un’occupazione più sicura ma soprattutto con degli orari più regolari per occuparsi di noi. La passione per gli abiti, però, non l’ha mai abbandonata e ha continuato a fare la sarta in casa, realizzando vestiti per me e per mia sorella Angela».

Qual è il segreto per realizzare un abito di alta sartoria “perfetto”?

«La tecnica di modellazione conta molto. Dopo la creazione dello stilista è importante che la modellista sappia interpretare con esattezza lo stile e le forme che si vogliono raggiungere, anche per agevolare il lavoro della sarta che, a sua volta, deve avere una mano precisa e, come si dice in gergo, “pulita”. Alla fine di questo percorso l’abito deve risultare perfetto, sotto ogni punto di vista».

C’è uno stilista di cui apprezza particolarmente la visione estetica?

«Giorgio Armani. Lui per me è lo stilista per eccellenza: mi piacciono le sue linee essenziali e raffinate e trovo impeccabile il taglio delle sue giacche».

Quanto conta, oggi  e dopo l’emergenza sanitaria, la passione in un lavoro come il suo?

«È al primo posto! Perché, al di là del fatto che creare degli abiti sia stimolante e affascinante, dietro le quinte è faticosissimo. Quando si è nel pieno ritmo di una collezione non si può stare con l’orologio in mano. Può capitare anche di dover bocciare un’idea o un lavoro già eseguito e, a quel punto, ricominciare da capo. Quindi, se alla base non c’è la passione, non si ottiene alcun risultato. La pandemia dovuta al Covid-19 è stata uno stimolo creativo, oltre che un momento di riflessione, per non mollare e andare avanti con nuovi progetti».

Sta già pensando alla prossima collezione?

«Mi piacerebbe realizzare una collezione ispirandomi al cinema, che per me rappresenta un’altra passione. Sto già sviluppando un progetto e posso anticipare che il film in questione è “Al di là dei sogni” di Vincent Ward, con il grande Robin Williams. La pellicola è del 1998 ed è un trionfo di colori, dai più tenui ai più vivaci come il rosso, il viola e  varie sfumature di verde. Con i miei abiti vorrei suscitare le stesse emozioni che questo film ha trasmesso a me».

About  Emilia Scaccia

Romana di nascita, stilista per vocazione, Emilia Scaccia subisce il fascino della moda fin da bambina. L’odore della stoffa e il suono della macchina da cucire, infatti, le diventano ben presto familiari grazie alla madre, che di professione fa la sarta e le trasmette la passione per la creazione degli abiti. Dopo il diploma, Emilia si forma come designer alla prestigiosa Scuola di Moda Ida Ferri, dove non solo perfeziona il suo lato artistico, ma apprende anche tutte le nozioni pratiche necessarie per realizzare i modelli su carta, confezionare gli abiti, ricamare, dipingere sui tessuti, realizzare cappelli e quanto altro serve per accessoriare i vestiti. Inizia subito a lavorare con prestigiose maison romane di Via Margutta, con aziende di alta moda e prêt-à-porter. Apre il suo primo laboratorio all’età di 30 anni e, dopo poco tempo, considerato il successo lavorativo, affianca alle collaborazioni con le aziende di moda, l’ideazione della sua linea di abiti su misura. Nel 2016, insieme al couturier Antonio Martino, dà vita a “Spazio 2.0 Roma”, uno luogo polifunzionale che unisce all’atelier, dove vengono esposte le collezioni dei due creativi, un laboratorio in cui nascono creazioni di alta sartoria con la firma di Emilia e di Martino e in cui vengono fornite anche consulenze tecniche ad altri professionisti per la realizzazione del loro primo capo. Tuttora Scaccia collabora con stilisti come Greta Boldini e tanti altri brand, alcuni dei quali hanno avuto il privilegio di sfilare nel calendario ufficiale dell’Haute Couture parigina. Dal 2013, dopo aver insegnato per diversi anni modellazione e confezione alla Ida Ferri, la stilista è docente presso l’Accademia del Lusso di Roma.