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Dalle trincee alla triennale: in mostra la Trilogia dei Moderni di Gérard Rancinan

Il suo primo reportage risale all’età di 18 anni,  quando gli viene chiesto di riprendere l’incidente di un camion, in seguito gli scenari più caldi dell’attualità di quegli anni: la guerra in Libano, il terremoto in Algeria, i disordini in Inghilterra, gli incidenti in Polonia. Ma anche i giochi olimpici e la finale di Coppa del Mondo.

Gérard Rancinan ha maturato fin  da giovanissimo la sua passione per la fotografia, quella fotografia da denuncia sociale, da critica degli orrori contemporanei, che lo ha posto fin da subito all’attenzione di grandi agenzie come la Sygma (con cui ha collaborato dal 1973 al 1978) ed importanti magazine come People (per il quale ha realizzato reportage in giro per il mondo fino al 1986). Per anni è stato un fotografo senza fissa dimora, recandosi lì dove gli eventi richiedevano un testimone obiettivo e critico, mentre i suoi reportage gli sono valsi ben quattro World Press Awards, riconoscimenti prestigiosi per lui che, forse, sentiva un po’ stretto questo ruolo di semplice tramite tra il pubblico e la realtà.

    “Una fotografia non è un linguaggio. Una fotografia è uno shock.” questo il pensiero del fotografo, che ha scelto di concentrarsi sulla fotografia d’arte, passando così da strumento che documenta il mondo ad interprete e testimone della realtà che ci circonda. Naturalmente, senza dimenticare la lezione imparata sul campo.

Da qui nasce la Trilogia dei Moderni, ultima opera di Gérard Rancinan, una serie di fotografie che testimonia la sua visione del mondo contemporaneo, dove i valori vengono rovesciati a favore del consumismo, della cultura industriale, del culto degli oggetti. Sette anni di lavoro, oltre trecento modelli ritratti, per un totale di settanta fotografie: questi i numeri della trilogia, in mostra in anteprima assoluta nella sua totale interezza, presso gli spazi espositivi della Triennale di Milano.

La Trilogia dei Moderni è una feroce e lucida critica di ciò che sembra muovere il mondo, le aspirazioni dominanti e i valori dimenticati. Nella prima parte, Metamorphoses, Rancinan parte dagli insegnamenti dei grandi maestri della pittura del passato, traendo ispirazione dall’iconografia di capolavori dell’arte, per arrivare ad uno sconvolgimento di quest’ultimi: così la celebre Libertà che guida il popolo di Delacroix, diventa una donna velata da uno chador, che guida un esercito composito, fatto di soldati bambini che stringono nel pugno lattine di Coca-cola e giovani rapper afro-americani che attraversano strade costellate di corpi esanimi e schermi ultraflat.

Oppure L’ultima cena di Leonardo Da Vinci diventa La Grande Cena, dove il posto di Gesù è occupato da un magrissimo, quasi emaciato cameriere di fast-food, attorniato da una folla di apostoli obesi, che incarnano l’eterogeneità delle popolazioni dei Paesi capitalisti, dalla grassa poliziotta fetish alla cheerleader non proprio filiforme: critica al modello di moderno consumismo di matrice statunitense.

    La seconda parte, Hypotheses, racchiude la stessa visione, portandola tuttavia ad un livello ancora più critico: in uno scenario indefinito, di volta in volta arido e brullo, oppure arioso e solitario, Rancinan imprigiona in una bolla, come una sorta di santuario, i valori odierni della società, elaborati secondo temi e tematiche assolute e senza tempo: così le tre Grazie, emblema della bellezza femminile, sono tre giovani ragazze pallide e magre, ricoperte di tatuaggi, ognuna con in mano un teschio, mentre in It’s a Marvellous World, la critica al potere del brand e l’importanza di marchio come status symbol è evidente nel neonato, racchiuso in una bolla marchiata da un codice a barre, un innocente già condannato ad un futuro di consumismo sfrenato.

L’approccio critico si veste di toni ironici e altamente satirici con la terza parte della trilogia intitolata A Wonderful World: in essa, Rancinan si confronta con i temi già precedentemente affrontati, caricandoli di aspetti grotteschi, immaginando il mondo come un gigantesco parco dei divertimenti, dove il tema del gioco, dei cartoni animati si mescola alla realtà cruda e crudele della vita. È il caso del ritratto di un’ allegra famiglia-tipo, i cui componenti celano il loro volto dietro una maschera di Topolino: chi osserva la foto diventa spettacolo, un immaginario televisore che incatena alla poltrona i familiari che, per fisico e per richiamo delle maschere posizionate sul muro, incarnano al meglio le figure dei tre porcellini; manca solo di ritrovare affacciato alla finestra il lupo pronto ad abbattersi su di essi.

Come fotografo e artista, Gérard Rancinan si è posto nel tempo come un collegamento con il passato, una sorta di link ipertestuale attraverso cui si dipanano una serie di tematiche collegate, dai riferimenti iconografici, alla letteratura, fino ad arrivare all’attualità. Vibrante in lui è la resistenza al predominio dei grandi brand, delle multinazionali, che ben si evince da questa sua intervista , rilasciata ad un’emittente televisiva di Honk Kong.

La Trilogia dei Moderni è in mostra alla Triennale di Milano dal 3 al 27 Maggio. Maggiori informazioni ai siti www.rancinan.com  e  www.triennale.it .

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