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Attenzione! Vestirsi nuoce gravemente alla salute. (Indossa abiti solo responsabilmente)

SOUNDTRACK: Beethoven – Symphony No.9

I jeans invecchiati uccidono chi li produce.  Le magliette di cotone contribuiscono al prosciugamento dei corsi d’acqua. Le pellicce concorrono all’estinzione animale. E noi che vogliamo “semplicemente” vestirci?
I vestiti fanno male! Pardon, alcuni vestiti fanno male. Uccidono chi li indossa e chi li produce, o almeno così sostiene Rita Dalla Rosa nel suo libro “I vestiti che fanno male”.
Nel settore tessile si impiega un sacco di chimica. –  afferma la giornalista – E non importa se un capo è in cotone: la chimica si usa sempre, anche sulle fibre naturali.

Al grido di “abbasso la chimica”, che poi, in certi settori è tutto (pensiamo alla chimica che ci scatta dentro nel vedere l’ennesimo, irrinunciabile paio di scarpe), cerchiamo di capirci qualcosa tra “moda green” , ecosostenibilità, ed ecologia.

                  

Tutto fa male. Fa male usare troppo l’auto, fa male fumare, fa male mangiare troppo, fa male respirare tutti i gas nocivi che circolano liberi e felici nell’aria..e da oggi all’infinita lista aggiungiamo che fa male vestirsi.
Ma è possibile vestirsi “responsabilmente” senza  dover fare la fine della favola “I vestiti dell’imperatore” e ritrovarsi nudi per le vie delle città, convinti di indossare i migliori vestiti al mondo?
Pare di si. La conferma arriverà il prossimo 3 maggio, quando molte personalità illustri andranno a discutere al Copenhagen Fashion Summit, incontro nato con lo scopo di  realizzare un codice globale per una moda più eco friendly.
Insomma, vestiremo tutti “bio”, e intanto? Quali sono le nostre alternative, per contribuire all’ambizioso progetto “Save the planet”?
Il caro Giorgio Armani ci aveva visto lungo. Negli anni 90 fu il primo ad introdurre una vera e propria linea ecologica, con jeans realizzati utilizzando capi riciclati e con indumenti in canapa coltivata senza pesticidi e diserbanti, presentando inoltre, la Armani Jeans Denim Culture con capi realizzati in fibra di bambù.

Ma vestire responsabilmente non riguarda solo l’utilizzo di fibre naturali, come ricorda  Rita Dalla Rosa, infatti anche se  la materia prima proviene da coltivazioni agricole ecologiche, la strada dal campo al cliente è molto più lunga. Sono i processi di produzione che contribuiscono al danneggiamento ambientale dell’acqua, dell’aria e del suolo, senza trascurare i problemi connessi ai rifiuti, il rumore e l’ecosistema.
Le grandi catene ci semplificano la vita, prima tra tutti H&M con la “Counscious Collection”, una collezione consapevole, almeno per noi che l’acquistiamo, ma non è l’unica.

                
Aumentano sempre più, infatti, i negozi di moda “green”, dove il verde, non è un colore, ma una scelta ben consapevole.
Ma non si tratta solo di vestire con piume di polli, banane, caffè e pelle di salmone (le ultime scoperte in campo di fibre bio), bisogna crederci, e per chi fosse ancora scettico, l’aiuto arriva dalle star. Livia Giuggioli, moglie dell’attore Colin Firth, produttrice cinematografica italiana, è la prima imprenditrice ad avere investito sulla moda eco-sostenibile a Londra. È suo infatti il primo store ecologico ed etico della capitale, così come il progetto Green Carpet Challenge, che va a coinvolgere i grandi nomi della moda.“Ho proposto la sfida a alcuni stilisti da Tom Ford a Valentino ad Armani a Rover Vivier e altri. – afferma – Per ognuno dei grandi appuntamenti da tappeto rosso dell’anno, realizzeranno almeno un abito per una celebrity concepito e prodotto secondo le linee guida di Eco-Age. Ma l’obiettivo è molto più ambizioso: ottenere dalla Comunità Europea le leggi sulla provenienza dei tessuti.”


E ci siamo vicini. Già nel 2010 quattro grandi associazioni tessili in Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti e Giappone avevano fissato di comune accordo il GOTS – Global Organic Textile Standard, uno standard internazionalmente riconosciuto sul tessile biologico. Quest’ultimo è al momento il certificato più esigente per quanto riguarda la produzione ecocompatibile e sociale.
E ora si aspetta il passaggio definitivo. Per una moda pronta ad “abbracciare” il mondo. Perché noi siamo ciò che mangiamo, ma anche ciò che vestiamo.