Archivi categoria: Lounge

Evy Arnesano: “Mi sono innamorata di un Luporso”

Evy Arnesano by Leonardo Fabbri (Envyda.it)
Evy Arnesano by Leonardo Fabbri (Envyda.it)

SOUNDTRACK: Evy Arnesano – “L’amore di un Luporso”

Musicista, cantante, autrice, e produttrice originaria di Squinzano (Lecce), Evy Arnesano spopola nelle classifiche indie e non solo con il suo nuovo singolo “L’amore di un Luporso” .
Alla fine del 2009 ha pubblicato Tipa ideale (Heavylight rec) primo album solista interamente prodotto, scritto e arrangiato dalla cantautrice, dedicato alla memoria eterna di Piero Umiliani e Piero Piccioni. Ospite di Serena Dandini nella puntata del 22 febbraio 2011 della trasmissione Parla con me su Rai 3, Evy Arnesano stupisce il pubblico ottenendo un grande riscontro di pubblico e critica. La cantante pugliese ha ricevuto un attestato di merito dalla giuria di qualità nella terza edizione del concorso “La musica libera. Libera la musica”, indetto dal portale musicale della Regione Emilia Romagna, con il brano “Sulla riva di un fiume” inserito anche nella compilation realizzata per l’occasione. A Bologna, sua città di adozione, ha lavorato come tastierista-corista con diverse formazioni: Tremende, Papa Ricky, Radici nel cemento, Nidi d’Arac.

Evy Arnesano, dopo aver collaborato con artisti del calibro de i 400 colpi, Taglia 42, il gruppo spagnolo Dwomo, è uno degli autori scelti da Paolo Belli a partecipare al progetto discografico “Giovani e Belli” nel quale l’artista emiliano canta il brano “Deliziose visioni” in duetto con Evy. Evy ha realizzato la copertina del CD oltre ad aver partecipato alla produzione artistica del suo brano insieme a Belli. Nel 2011 tra le sue apparizioni televisive ricordiamo inoltre la partecipazione insieme allo showman Paolo Belli al programma di RAI 2 I Fatti vostri, condotto da Giancarlo Magalli,per presentare il brano in diretta televisiva. E’ stata inoltre ospite di Brasil, Start, Invito personale, Stereonotte e Demo su Radio Rai1 (di cui il brano “Ogni puntino tondo”è stato sigla di chiusura dal 24 ottobre per cinque settimane), Notturno italiano su Radio Rai internazionale, Ztl e la notte degli indipendenti su Isoradio. Nel maggio 2012 ha partecipato a Social King su Rai 2.
La passione per la scrittura la rende dal mese di aprile 2011 uno dei blogger più attivi e attenti de Il Fatto Quotidiano.

Evy Arnesano by Leonardo Fabbri, (Envyda.it)
Evy Arnesano by Leonardo Fabbri, (Envyda.it)

Recensioni a go go e numerosi articoli sulle più importanti testate nazionali e internazionali testimoniano il talento innovativo dell’artista. Tra gli altri ricordiamo: Film tv, XL di Repubblica, Rockerilla, Il Fatto Quotidiano, la Repubblica Bologna, Roma, Torino, Bari. Il Corriere della Sera Bologna, Bari. Nuovo Quotidiano di Puglia, la Gazzetta del Mezzogiorno, Il Resto del Carlino, Alias de Il Manifesto. E’ in copertina sul calendario Udi 2012 “Libere di lavorare”

Attualmente Evy Arnesano è impegnata nella produzione del secondo album anticipato da doppi singoli nella formula di quarantacinque giri digitali.

Il 15 gennaio scorso è uscito il videoclip di uno del suo nuovo singolo, “L’amore di un luporso“, girato in Trentino con il fotografo e videomaker Leonardo Fabbri (Envyda.it).
“L’amore di un luporso”, soffuso pop elettronico, è la dolce favola di un amore tra una donna e un uomo rappresentato da un misterioso animale mitologico, il luporso, dotato delle caratteristiche positive dei due animali come ad esempio elusività, intelligenza, fedeltà, selettività, riservatezza, bellezza.

Il videoclip, girato in Trentino nello splendido scenario offerto da questa terra, è un viaggio fantastico attraverso alcune tra le sue località più suggestive come ad esempio: Valle dei Laghi, Altopiano della Paganella, Val di Cembra, valli di Fiemme e Fassa, Val di Non, Val di Sole, Val Rendena, Vallagarina, Passo Tonale ed altre ancora (Si rimanda ai titoli di coda del video per l’elenco completo delle località )I due protagonisti si cercano vicendevolmente, in un gioco di soggettive differenti a seconda che a guardare sia lo spettatore oppure il misterioso luporso, fino a giungere a un finale a sorpresa.

  Come mai la scelta di pubblicare i singoli prima dell’album?
E.A: La scelta di anticipare la pubblicazione dei brani sugli store digitali riunendoli successivamente in un album fisico in parte è un omaggio agli anni sessanta, quando i quarantacinque giri anticipavano il 33 giri che ne raccoglieva i successi, in parte è una scelta allineata alla consuetudine delle radio di proporre un singolo per volta. Infine è anche una necessità legata all’aspetto economico dell’autoproduzione.

  Qualche notizia sul nuovo doppio singolo?
E.A: Si tratta di un “45 giri in mp3”, con una facciata A che è “L’amore di un Luporso” e una facciata B che è “Su un tappeto di scuse”. Quest’ultimo brano è dedicato alla figura del bugiardo “professionale”, probabilmente incontrato dalla maggior parte di noi almeno una volta nella propria vita. Il primo singolo, quello attualmente in promozione, è invece “L’amore di un Luporso”, sognante favola in cui il protagonista maschile è rappresentato appunto dal misterioso Luporso.

  Come è cambiata la tua musica da “Tipa ideale” a “L’amore di un Luporso”?
E.A:
Le novità di rilievo sono rappresentate dalla sperimentazione di altri generi musicali come il pop elettronico (pur non avendo abbandonato le atmosfere swing e retrò di Tipa ideale) e da una maggiore consapevolezza nell’utilizzo della voce che si traduce anche in una maggiore valorizzazione del cantato rispetto alle parti strumentali, diversamente da quanto fatto in precedenza: ho sempre ritenuto infatti melodia e arrangiamento ugualmente importanti, forse perché sono io a scrivere entrambi.

  Come mai una salentina sceglie i monti per ambientare il videoclip “L’amore di un Luporso”?
E.A: La scelta di ambientare il videoclip tra gli scenari naturali del Trentino è stata determinata da diversi fattori: il brano è nato durante i miei frequenti viaggi nella regione a partire dallo scorso aprile, inoltre a propormi l’idea del video è stato il fotografo e videomaker trentino Leonardo Fabbri (autore anche della copertina del singolo e del servizio fotografico ad esso inerente), infine direi che non poteva esserci un contesto migliore e più adeguato di quello di questi monti, laghi e cascate per la “ricerca” del Luporso.

  Come nasce la figura del Luporso e cosa rappresenta?
E.A: Il Luporso è l’amore stesso intensamente rincorso e rappresentato da questa figura mitologica che riunisce lupo e orso, due animali che amo molto e di cui mi piace mettere in evidenza le caratteristiche positive quali elusività, bellezza, intelligenza, mistero, affidabilità, fedeltà.

  Che importanza ha l’immagine per te?
E.A: Nonostante nella vita di tutti i giorni io sia una persona acqua e sapone in realtà ho una cura attenta del look che è sempre naturalmente coerente con la mia musica. Principalmente orientato allo stile vintage anni sessanta e settanta, ora risente di incursioni “sportive” in accordo allo spirito ritmato ed elettronico di alcuni dei nuovi brani.

Evy Arnesano, una brunetta tutto pepe che regalerà sicuramente nuove ed intense emozioni alla musica italiana. Ecco il video di “L’amore di un luporso”

Luca Morricone e Francesco Lioce @ Lounge #4

Dal 2 al 4 maggio,  Ticto e Teatri e Culture, due associazioni culturali della Capitale, alla Domus Talenti, hanno messo in scena l’adattamento teatrale di Ocean Terminal (Castelvecchi, 2009), il risultato del labor limae sul mucchio di pagine incazzate, appassionate e deliranti di Piergiorgio Welby.

La Domus è stata completamente trasformata per farla somigliare alla vita di Welby: una stanza stretta senza via d’uscita e tu che te ne stai inchiodato al letto come un Cristo in croce a ripensare ai fatti tuoi: un tavolo rettangolare al centro della scena, sopra il tavolo una tovaglia bianca. Sopra la tovaglia Emanuele Vezzoli che interpreta Welby. Alle sue spalle un telo per le proiezioni. Stop. Luci e faretti dall’alto. Stop. Nient’altro. La principale differenza tra questa scena e la vita normale di Welby è che dalla scena puoi uscire, dalla vita no.

Arrivo in leggero ritardo. Lo spettacolo è cominciato da poco. Non fa niente, merita lo stesso.
Il bello di partecipare alle prime teatrali è che a fine serata c’è sempre qualcuno che ti offre da bere. E magari incontri pure gli addetti ai lavori. E quando gli addetti ai lavori sono due giovani che sembrano appena usciti dal liceo (15 anni dopo, magari – ndr)  ti ritrovi a bere e parlare. Più bere che parlare.

Stavolta ad offrirmi da bere sono stati Luca Morricone e Francesco Lioce, gli adattatori del testo. Quelli, in pratica, che hanno trasformato il romanzo in monologo teatrale. Mica pizza e fichi.

 Come nasce Ocean Terminal? Il romanzo, non il monologo!

L.M. – In pochi, anche tra i familiari, sapevano che Piergiorgio stava scrivendo un testo autobiografico; e anche quelli che ne sapevano qualcosa ne avevano letto solo una minima parte. È stata una scrittura nascosta agli altri quasi fino alla fine. Poco prima della sua morte pubblicammo sulla rivista línfera due brani tratti dal romanzo dando la notizia della sua esistenza: uno di questi era il ricordo straziante della morte del padre e forse proprio con la morte del padre è nato un artista.

F.L. È vero. Mi cominciò a parlare dell’idea del romanzo subito dopo la morte del padre e mi lesse il brano che pubblicammo proprio su «línfera» qualche anno più tardi. Il romanzo è rimasto incompiuto, avrebbe dovuto ripercorrere tutta la sua vita, ma Piergiorgio non ce l’ha fatta. In ogni caso penso che abbia una sua compattezza anche così. Pure essendo senza una conclusione.

Piergiorgio ha lasciato a me il compito di pubblicarlo dopo la sua morte. Su questo punto fu subito chiaro, forse proprio per tutelare le persone a lui più care optò per una pubblicazione postuma.

L.M. – Sì, è poi credo che da tutti i punti di vista il romanzo non potesse uscire prima. La conclusione che mancava al libro doveva essere scritta con la vita, e solo attraverso la vita l’ultimo frammento del romanzo ha acquisito quelle valenze che lo fanno debordare dalla pagina: insomma, Welby muore praticamente a Natale del 2006 e il libro si conclude con un’immagine dell’infanzia, quando il piccolo Piergiorgio guariva miracolosamente da una brutta polmonite, proprio a Natale, con i parenti, il padre e la madre che lo vegliavano stando intorno al letto… e c’era pure il medico di famiglia! Quando lo ha scritto Piergiorgio non poteva immaginare… eppure… Certe volte mi chiedo come mai non ho conosciuto Welby. Mi sembra troppo strano, perché alla fine anch’io l’ho incontrato in qualche modo attraverso quello che ha scritto. Mi viene in mente la prima frase del suo libro: «Com’è difficile tenere assieme i frammenti di un io disgregato nel riflesso schizzoide della propria natura umana». È qualcosa che possiamo capire tutti; non dobbiamo essere per forza malati di distrofia muscolare per metterci dalla sua parte. Credo che a un certo punto abbia sentito anche lui l’esigenza di rimettere insieme i pezzi e ne è nata un’opera straordinaria, lo spaccato di un’epoca, di un intero sistema politico, etico e culturale che è di fronte alle domande cruciali.

 Prendi un libro e lo trasformi in un monologo. Non è una di quella cose che ti vengono in mente così, di prima mattina, appena ti svegli. 

L.M. – L’idea è venuta a Giorgio Taffon (il direttore artistico, ndr)

F.L – È stato Giorgio a capire che il romanzo nascondeva una struttura teatrale

L.M. – Sì, ma soprattutto il linguaggio. In Ocean Terminal c’era già tutto per essere messo in scena.

 Quindi, si decide di fare un monologo. Si prende il testo, lo si legge, e poi? Voglio dire, ci sarà pure, prima o poi, una parte emotiva, o no?

F.L. – Per quanto mi riguarda, è stato molto stimolante poter condividere la fase creativa con un amico, Luca, che già aveva contribuito in modo determinante a trovare le soluzioni filologiche per la ricomposizione del romanzo. E comunque la scrittura di Welby è talmente labirintica che si rivela sempre come una miniera inesauribile per nuove sfide.

 Ogni autore impara qualcosa dalla propria creazione. A voi cosa ha lasciato Ocean Terminal?

L.M. – Ha cambiato il mio modo di vedere la letteratura; l’ha calata giù dal piedistallo fino alla realtà e me ne ha mostrato la vera altezza, cioè la capacità di incidere sulle cose, di vivere concretamente in mezzo alle persone. Quando poi vedi materializzarsi in teatro un’immagine che senti così visceralmente… Emanuele Vezzoli in questo è stato bravissimo, e lo stesso si deve dire di Gabriella Borni che ha curato con lui i movimenti scenici. Lo spettacolo è stato sorprendente. Sì, è vero, sono rimasto emozionato e lo sono per tanti motivi. È stata un’emozione contagiosa che ha preso il pubblico.
E la soddisfazione è tanta… Vedere incarnato Piergiorgio sulla scena, con tutta la verità della carne, appunto, di un attore straordinario, che ha fatto della fisicità la chiave di interpretazione del testo e dell’esperienza welbiana… Non poteva essere diversamente. Credo moltissimo nella dimensione eccezionale di Welby come scrittore.

 Come si affronta un tema delicato come la storia di Piergiorgio Welby?

L.M. – Non è stata una scelta.

F.L. – In qualche modo è stata la vita ad affidarci la tutela del patrimonio artistico e umano di una figura come quella di Welby.

L.M. – Sicuramente abbiamo sentito il peso di una responsabilità molto forte, anche nei confronti della famiglia che ci è sempre stata vicina, ma che abbiamo sempre cercato di rispettare al massimo ascoltandola ogni qual volta c’era bisogno di prendere delle decisioni. Diciamo però che c’è una responsabilità che va oltre perfino la vicenda familiare e che riguarda la dimensione storica…

F.L. – Welby va al di là della propria vicenda umana e diventa qualcosa di pubblico, di collettivo, che riguarda ognuno di noi; penso anzitutto all’invasività della tecnologia.

 Okay! Critiche negative?

F.L – Diciamo la verità: finora non abbiamo sentito nessuno contrario di fronte alle valenze creative dell’opera di Welby. E questo ne dimostra una volta di più il valore.

 Prossime date?

L.M. – Il percorso è all’inizio, ma dopo il debutto di Roma, con gli ottimi riscontri di critica e il forte coinvolgimento del pubblico, stiamo già ricevendo nuove proposte e stiamo già lavorando per organizzare altre date in giro per l’Italia.

Eugenio Finardi | La vera eleganza è alta ingegneria

Blues, rock e fado. Eugenio Finardi, classe 1952, arriva al succeso con l’album “Sugo” del ’77 edito dalla Cramps di Gianni Sassi.
“La radio”, “Musica ribelle” e “Extraterrestre” sono solo alcuni dei suoi grandi successi nei quali si nota una continua ricerca, sonora e linguistica. Caratteristica di Eugenio Finardi sarà infatti la contaminazione dei generi unita a tematiche impegnate attraverso un linguaggio comprensibile ai più.
Esibitosi due volte alla Scala di Milano, autore del libro autobiografico “Spostare l’orizzonte – come sopravvivere a 40 anni di Rock”, il 2011 rappresenta per lui il ritorno al rock delle origine attraverso l’Electric Tour, progetto che ripercorre i suoi grandi successi.

Bjork e Martin Margiela, Skin e Gianfranco Ferrè, Malcolm McLaren e  Vivienne Westwood. Musica e moda sono spesso in relazione tra loro. Come spiega questa rapporto?
Musica e moda sono fenomeni della cultura popolare, così come il cinema che è stato sempre legato a filo stretto con la moda. Moda e musica sono in relazione almeno dagli anni ’80, periodo in cui c’erano i nuovi stilisti che vestivano grandi artisti come Jimmy Hendrix. L’immagine è sempre stata una cosa importante. Quando ero più giovane e avevo la taglia dei modelli alcuni stilisti mi fornivano gli abiti delle collezioni. Era divertente avere questi giocattoli.
Ho molta ammirazione per persone come Peter Gabriel, Lady Gaga e Madonna che riescono ad influenzare la moda.

Leggevo su una rivista che da piccolo ha subito un’esclusione  spaventosa: sua madre la vestiva con le tutine a righe all’epoca in cui andavano i calzoni corti, per cui la chiamavano “il benzinaio”. Cosa pensa del detto “l’abito non fa il monaco”?
In Italia l’abito fa molto il monaco. Credo, purtroppo, che se tu andassi in banca a Milano, vestito bene e con la modella  giusta, ti farebbero fare tutto.
In Italia si sta pubblicizzando una cultura molto corporale, quella della sensualità. Questo si è visto anche nella moda. Da milanese ti posso dire che preferisco la sensualità di Kenzo ed Armani, ma non quella di Cavalli, sebbene vesta tante dive del rock. Trovo che la vera moda, la vera eleganza sia alta ingegneria, un po’ come avveniva con Gianfranco Ferrè.

Teatro Valle Occupato, tagli alle scuole pubbliche, divieto di cultura. Cosa ne pensa del panorama culturale ed artistico italiano?
Viviamo in un momento di lotta culturale. L’Italia è un paese in cui un personaggio come Gramsci ha teorizzato la cultura come terreno di lotta, come strumento per affrancarsi dal servilismo, dall’ignoranza e dalla povertà. Questo ha portato molta gente ad avere cultura e consapevolezza.
In questo momento economico questa gente non è utile al sistema imperante. La cultura spaventa.
Questo primo ministro è ostile ad un certo tipo di cultura che lui considera legata alla sinistra. Per i primi dieci anni del suo governo ad ogni prima della Scala è andato a vedere Teo Teocoli al teatro Manzoni, per altro suo. Faceva ben capire cosa significasse per lui quel mondo. Lo hanno fatto capire tutti, dal ministro Bondi alla Gelmini. L’ex ministro dell’istruzione Letizia Moratti aveva affermato che la musica non è formativa. La cultura è una cosa pericolosa che fa pensare e capire. Fa pensare ad altre cose che non siano il consumo, il calcio e la gnocca. E’ sovversiva per definizione.
Credo che ci sia in atto sin dagli ’80 una guerra ad un certo tipo di cultura per pubblicizzare la cultura della sensualità.

Ultimamente ha affrontato un progetto su Vladimir Vysotsky, poeta russo costretto ad imbracciare la chitarra per poter far passare le sue parole di orecchio in orecchio, aggirando così la censura. Pensando alla censura in Italia mi vengono in mente Francesco Guccini e Fabrizio De Andrè. Pensa che in Italia ci sia ancora la censura, implicita o esplicita?
Il mio primo album è stato quasi totalmente censurato. La censura moderna, da quando esiste il marketing, è semplicemente non darti spazio di marketing, la non pubblicità: basta non parlare di te ai telegiornali, non farti passare in televisione.
Quest’anno e l’anno scorso ho fatto la Scala, ho fatto teatro, un libro, tante cose. Il fatto di non averne parlato molto in televisione fa si che le persone non conoscano queste cose. La cultura non è quello che si fa, ma il fatto di farla passare il televisione.

Come si sopravvive a 40 anni di rock?
Facendo musica e mettendo la musica al centro di tutto cercando di raggiungere un’eccellenza qualitativa.

Arnoldo ][ Battois @ Lounge #2

Dietro il marchio Arnoldo][Battois ci sono due stilisti veneziani: Silvano Arnoldo e Massimiliano Battois. Si sono conosciuti alla facoltà di Architettura di Venezia e hanno scoperto la loro passione in comune: la moda.

Scrupolosi e perfezionisti, ad unirli è stato il gusto per le cose belle, la passione per la ricerca, il recupero di materiali in totale libertà espressiva e un’attenzione al dettaglio.

Nel 2006 sono chiamati dalla Facoltà IUAV di Venezia in qualità di docenti presso il Corso di Laurea in Design della Moda, diretto da Maria Luisa Frisa: dall’a.a. 2006-07 tengono i Laboratori di progettazione Accessori e Abbigliamento.

Il lavoro fin qui compiuto ottiene ottimi risultati, riuscendo collezione dopo collezione ad essere distribuito in prestigiosi negozi e concept stores internazionali e a comparire sulle principali riviste del settore, tra cui l’importante riconoscimento in “Percorsi di creatività 3” (“Fashion”, dicembre 2004, LVMH) per la sezione Borse.

Partecipano a ‘Who is on next?’ 2010, concorso internazionale organizzato da Vogue Italia e AltaRoma, e vengono selezionati tra i 3 finalisti della categoria accessori.

Silvano Arnoldo e Massimiliano Battois benvenuti in Lounge. Raccontateci come è iniziata la vostra carriera e passione?
Ci siamo conosciuti alla Facoltà di Architettura di Venezia circa 20 anni fa; sui banchi dell’università abbiamo scoperto di avere una forte passione comune per la moda. Da lì nasce il tentativo di intraprendere un percorso formativo e lavorativo nel design; arrivare a Milano ed entrare nello staff di Milan Schön haute couture sono la prima esperienza fondamentale del nostro percorso.

Il banco di prova fondamentale per la nostra crescita professionale è stata la lunga collaborazione con Roberta di Camerino, che ci ha resi pronti per intraprendere un nostro cammino autonomo.

Consapevoli dell’esperienza professionale acquisita in diversi anni di lavoro, abbiamo accettato la sfida di creare una collezione di accessori con un nostro marchio e di testarla in prima persona aprendo uno spazio a Venezia.

Venezia è la città del vostro cuore. Quanto ha contato nella vostra arte?
Venezia è la città in cui siamo nati e ci siamo formati, sia con la Facoltà di Architettura che attraverso la lunga collaborazione per Roberta di Camerino.

Dopo varie esperienze in altre città italiane ed estere, abbiamo scelto di creare la nostra collezione e di aprire qui lo spazio Arnoldo][Battois per il forte legame con questa città sospesa nel tempo; è il luogo della sedimentazione storica e della contaminazione culturale in cui i fasti della Serenissima, i viaggi di Marco Polo e le vite di intellettuali ed artisti del passato emergono tuttora nella sguardo contemporaneo. Venezia è la città dell’indefinito dove tutto si frammenta e si ricompone sotto la stessa luce, dove passato e presente convivono in un equilibrio dinamico; è la Wunderkammer, che fa riscoprire il passato per progettare il futuro.

Qual è lo stile di Arnoldo][Battois ?
L’obiettivo che ricerchiamo nelle nostre creazioni è quello di creare stili complessivamente diversi ma connessi dal dettaglio, esiti di una costante riflessione sul rapporto tra accessorio e abito nella loro reciproca contaminazione.

Gli accessori sono, infatti, concepiti come abiti, architetture complesse ed autonome che provano a distanziarsi dai canoni attuali dell’oggetto-borsa; è un racconto mai concluso, mai perfetto, che continuamente si arricchisce di esperienze per sperimentare forme, volumi e textures.

Gli abiti sono invece pensati come accessori, strutture essenziali capaci di definirsi e valorizzarsi solamente attorno alla figura umana. Oggetti in divenire, trasformabili e adattabili alle diverse situazioni, pensati per essere indipendenti dalle proporzioni del corpo, ma che ne sfruttano il movimento per definirsi; anche la luce, sfruttando accostamenti di materiali diversi, diventa complice di questo gioco.

Quali materiali prediligete nelle vostre creazioni?
Le nostre collezioni sono contraddistinte da lavorazioni artigianali, dall’elevata qualità dei pellami – come le soffici nappe plongè tinte in botte e i vitelli all’anilina – materiali preziosi ovattati da trattamenti che li rendono gommosi e opachi: è una femminilità che non ha bisogno di ostentare la propria complessità, un lusso ovattato, impalpabile, leggero.

La collezione di accessori SS 2011 si ispira al mondo della natura: lucertole, granchi, elefanti d’ottone lasciano I portoni veneziani e si trasformano in borse originali e dai volumi insoliti. Come mai questa scelta?
La natura è per noi da sempre fonte di ispirazione per forme, volumi e textures; crediamo che ogni idea abbia necessariamente un legame con il mondo naturale. Lavorare con forme organiche per ricercare volumi ergonomici è parte di quel processo che ha come obiettivo quello di descrivere la dinamicità e il movimento.

Questa collezione sarà caratterizzata da strutture rigide in pitone cerato che come gusci imbrigliano morbide sacche in camoscio, dettagli di abiti plissettati ripetuti e calibrati per dar vita a borse in soffice nappa gommata, modulazione di soffietti in vitello all’anilina per una nuova interpretazione della selleria classica. Ci saranno atmosfere cromatiche immerse in colori talcati dai toni neutri, cipria e grigi chiari nelle loro gradazioni, con punte che variano dal rame freddo al corallo.

Le vostre creazioni si ispirano a una tra le case di Alta Moda piu’ prestigiose e rivoluzionarie del XX secolo, La Maison Vionnet, e al lavoro sulla plissettatura di Fortuny. Quanto vi affidate al passato nel vostro processo creativo?
Il contributo più importante di Madeleine Vionnet alla moda è stato di aver iniziato il il processo di liberazione della donna dai paludamenti ottocenteschi dei corpetti e dei gonnelloni fissati con stecche di balena. Inventa il taglio di sbieco per dare aderenza e leggerezza agli abiti, Mariano Fortuny approfondisce l’uso del plisse’ sulla seta e l’abito diventa ancora piu’ scivoloso.

L’obiettivo dei nostri abiti e’ di usare la luce e le ombre che il vestito cattura durante il movimento per scolpire la superficie del corpo. I panneggi della statuaria classica sono per noi fonte di ispirazione: la plissettatura, il taglio dei tessuti a 45 gradi ci permettono la creazione di borse-abito e di abiti-scultura che marcano i movimenti fluidi ed esaltano la tridimensionalità del corpo.

Chi aiuta oggi gli artisti a valorizzare i loro progetti?
Sicuramente in Italia e all’estero ci sono ottime opportunità di formazione per giovani che vogliono diventare futuri designer. Per noi l’occasione e’ arrivato da  Who is on next?’, il concorso organizzato da AltaRoma e Vogue Italia. Siamo arrivati tra i tre finalisti e abbiamo avuto riconoscimento e una visibilità che da soli non avremmo potuto ottenere.

Questa occasione ci ha permesso di riassumere il percorso fin qui compiuto proponendo alla commissione una sintesi di quasi 10 anni di lavoro e la proposta per la prossima collezione SS 2011; visto il risultato, questo è stato molto apprezzato.

E la stampa  quanto conta? I giornalisti di moda sono autonomi nei loro giudizi o scrivono bene solo delle maison che investono in pubblicità nei giornali per cui collaborano?
Il peso degli inserzionisti sulle riviste di moda è predominante anche se c’è ancora spazio per chi, pur non avendo le stesse potenzialità economiche, propone un nuovo progetto degno di interesse. L’appoggio dei media è  fondamentale per promuovere il progetto e dargli credibilità, ma sarebbe un errore progettare una collezione per piacere alla stampa.

Avete in consiglio per il rilancio del “Made in Italy”?
Le nostre collezioni sono sempre state realizzate grazie al sapere e al know how della tradizione artigianale veneta, nonostante spesso ci sia stato consigliato di seguire l’esempio dei grandi brands che hanno preferito rinunciare a questi valori sostituendoli con una manodopera meno qualificata ma molto più economica. La prova che la nostra tenacia non sia stata inutile è dimostrata dall’inversione di tendenza delle campagne pubblicitarie dei grandi marchi nelle ultime stagioni: promuovere il Made in Italy attraverso immagini che raccontano la nostra preziosa tradizione artigianale.

Quali sono i vostri prossimi progetti?
Il nostro principale obiettivo è in questo momento far conoscere il più possibile il nostro progetto, far sentire la presenza del marchio Arnoldo][Battois soprattutto a livello internazionale senza però perdere le caratteristiche che ci contraddistinguono.

Sarà fondamentale preservare in ogni istante le peculiarità del brand, continuando a ricercare la novità e ad indagare su soluzioni innovative, evitando di modificare la nostra sensibilità per adattarci a richieste di mercato.

La nuova collezione F/W 2011-12, a cui da tempo stiamo lavorando, sarà presentata a Parigi nella sezione Jardin des Tuilerie di Premiere Classe,  che andrà in scena  dal 4 al 7 marzo.

Christian Blanken @ Lounge #1

Christian Blanken. Olandese di nascita ma cresciuto in Inghilterra, Christian Blanken si forma e diploma nel 1990 alla Central Saint Martins di Londra, dopo aver studiato anche storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Arnhem. Un lato artistico che si ritrova per certi aspetti nelle sue collezioni e che il designer ha potuto esprimere nell’installazione fotografica “Women” con Terry Richardson.
Blanken debutta con la sua linea nel 1995. Lavora per oltre dieci anni a New York disegnando per marchi internazionali come Diane Von Furstenberg, Michael Kors e Harvey Nichols Private Label. Solo nel 2008 ritorna a disegnare la propria label con collezioni uomo e donna. Il suo stile si caratterizza per le silhouette definite e lineari, la grande ricerca dei materiali e le fome pulite che giocano con una ristretta ma molto intensa gamma cromatica.

Hai studiato alla St. Martins di Londra. Che ricordo hai di quel periodo?
La St. Martins è stata una grande esperienza di crescita, ma l’aspetto più emozionante è stato quello di poter interagire con persone della mia età con i miei stessi interesse nell’ arte, nel design e nelle esperienze di vita. Essendo, inoltre, uno studente in una città grande e vivace come era Londra in quel periodo, come in qualsiasi altro momento, è stato fantastico. Troppe esperienze da raccontare qui.

Nato in Olanda, sei cresciuto tra Estremo Oriente, Regno Unito e Stati Uniti. Quali influenze hanno avuto sulla tua creatività le tue radici globali?
In qualche modo mi hanno influenzato tutti i paesi in cui ho vissuto. L‘Oriente mi ha influenzato per il forte interesse nella progettazione di prodotti di design e per l’attenzione ai particolari. Nel mio lavoro c’è sempre una sottesa contaminazione orientale; dagli Stati Uniti ho preso la disciplina del lavoro. New York è una città molto veloce e competitiva a tal punto che devi essere sempre al top. Il Regno Unito mi ha influenzato per la grande fruibilità di arte, per la vita notturna e per le molte e diverse culture ed influenze. L’Italia è molto importante per me per la qualità della vita e per l’alta qualità della lavorazione artigianale.

Come definiresti il tuo stile?
Sto cercando di ridefinire il guardaroba urban-modern dell’uomo e della donna perciò il mio stile è lussuoso ma semplice, sempre basato sulle influenze atletiche con particolari nel taglio e nel design creati per apparire semplici e razionali.

Quali sono gli elementi che permettono di riconoscere un Christian Blanken?
Linee pulite, particolari essenziali, finitura e mano d’opera di qualità oltre ad un look assolutamente e senza eccezioni urban-modern. I miei vestiti non sono dolci .

Dal 2008 sei tornato a lavorare sul tuo marchio. Come mai questa scelta?
Non si tratta quindi di una vera e propria scelta, mi è stata data l’oppurtunità di lavorare con un produttore di abiti anglo-turco e rilanciare la mia collezione. Il periodo sembrava giusto anche se mi era molto comodo lavorare come designer freelance per i principali produttori italiani di quel periodo. Poi è iniziata la recessione!

Come stai affrontando la crisi economica?
Per sopravvivere e affrontare la crisi attuale bisogna mantenere uno stretto controllo dei costi, comunicare il messaggio del brand nel modo più chiaro possibile e, ovviamente,  produrre abiti che le persone vogliano comprare ed indossare.

Disegni abiti sia per uomo che per donna. Come riesci a mantenere il confine tra i due generi?
Quando progetto per la donna disegno quello che mi piacerebbe vedere per poi essere indossato, mentre per l’uomo progetto abiti che mi piacerebbe indossare oppure vederli indossati ad altri ragazzi. I due generi sono chiaramente definiti e distinti anche se, spesso, sorpasso il confine attraverso i tessuti e, chiaramente, i dettagli se sono abbastanza unisex.

Quali caratteristiche deve avere un fashion designer?
Perseveranza, una forte convinzione in quello che si sta facendo e accesso al capitale e alla produzione. Penso che sia diventato sicuramente più difficile avere successo per i designers indipendenti e non penso che avrei provato a perseguirlo nel mercato corrente senza l’appoggio che ho.

Anna Wintour nei primi anni Novanta  si espresse in modo negativo nei confronti di Karl Lagerfeld, che aveva usato una pornostar in una delle sue sfilate. Tu hai collaborato con Terry Richardson da molti considerato come un’artista pornografico. Come è stata giudicata questa scelta dal fashion system?
Penso che la pornografia e la moda siano collegate: entrambe considerano le apparenze fisiche, gli stili di vita, l’espressione di se stessi ed il denaro. Tom Fordha fatto molto più degli altri designer per facilitare questo legame. Pornografia e moda sono, però, anche separate. La moda è accettata, rispettata ed è parte di una tradizione, la pornografia no. Penso che sia questo il motivo per cui le due cose non sono sempre in armonia. Il disagio di Anna Wintourpotrebbe essere scaturito proprio da questo, oppure potrebbe non aver gradito il look. Considera che il corpo di una pornostar viene costruito per il sesso (muscoli per i ragazzi, tette e culo per le ragazze) mentre un corpo di un modello è costruito per mostrare e vendere vestiti. Sono modi differenti di vedere la cosa: io ho usato tre atleti olimpionici per il mio ultimo spettacolo e loro non creavano nessuna confusione in termine di look con i modelli professionisti che ho usato.

Cosa pensi dei creativi che traggono ispirazione dal vivere in modo davvero estremo?
Penso che i designer che vivono di eccesso e prendono ispirazione dal loro vivere ad andamento veloce o estremo sono pochi e sono distanti tra loro. Lee McQueen è stato un’eccezione. Quello che può uccidere e rendere spesso un designer molto stressato è la pressione costante dovuta alla creazione di nuove collezioni, l’aumento dei costi, lo stresso del vendere abbastanza. Questa pressione può incidere negativamente e seriamente se non si è veramente forti.

La moda è arte o business?
Prima di tutto business…Sfortunatamente.

John Galliano, Mary Quant, Vivienne Westwood. Cosa ha di magico il Regno Unito?
Il Regno Unito ha un solido patrimonio nella cultura popolare che include la moda, la musica, la fotografia, il design e l’arte e questo influenza le persone che vivono e progettano nel Regno Unito. A Londra, in particolare, c’è un grande accessibilità all’arte, una contaminazione  davvero interessante di culture, storie, associazioni e personee questo sicuramente impatta sulle persone che studiano design li oppure decidono di stabilire i propri affari li.

Hai lavorato con il gruppo Max Mara. Che idea ti sei fatto della moda e delle industrie Italiane?
Sono ancora un freelance in Italia e ho il massimo rispetto per l’Italia intesa come un paese di moda e di Milano come capitale della moda. Il livello di abilità e di lavorazione non ha paragoni nel mondo. Sono, tuttavia, preoccupato dal fatto che il governo italiano sembra non offrire nessuna forma di protezione contro la competizione globale il che ha significato che l’Itallia fosse invasa da importazioni a basso costo mentre resta difficile e costoso per i brand di moda italiani esportare la propria moda nel mondo: questa è una grande ingiustizia e non dà benifici all’industria di moda italiana.

Sei stato scelto da Dolce&Gabbana per il progetto Spiga 2. Come è nata questa collaborazione?
Non ne ho idea! Sono stato contattato da loro via email. Sono stato veramente sorpreso. Non avevo idea di essere nel loro radar…

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
L’anticipazione della collezione invernale2011 deve essere pronto per metà gennaio, stesso periodo per la collezione maschile. La settimana della moda di Londra a Febbraio e prima di tutto questo Natale e Capodanno: è un periodo davvero frenetico.

Quali consigli vuoi dare ai nostri lettori fashionisti di Trendstoday?
Se quello che stai facendo è rilevante, in linea con il periodo in cui stai vivendo ed è fatto con convinzione avrai successo…oppure no dal momento che ci sono molti fattori che bisogna prendere in considerazione per avere successo nella moda, ma se non succede la prima volta, poi prova ancora e impara dagli errori.

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...