“Beau ha paura”, ecco il trailer del film distribuito da “I Wonder Pictures” con il premio Oscar Joaquin Phoenix

I Wonder Pictures presenta il trailer italiano di “Beau ha paura”, il nuovo, visionario film di Ari Aster, prodotto da A24 e nelle sale ad aprile. Il premio Oscar Joaquin Phoenix (“Lei”, “Joker”) è il protagonista della emozionante odissea di un uomo che attraversa varie stagioni della sua esistenza, tra sfide quotidiane e scenari imprevedibili, in una sorprendente epopea umana.

Dopo “Hereditary”, presentato al Sundance Film Festival nel 2018 e Midsommar, inserito fra i 10 migliori film indipendenti del 2019 dal National Board of Review Awards, il pluripremiato autore di culto Ari Aster torna a stupire il pubblico con un’opera che intreccia mistero e humor nero in un viaggio folle e immersivo. “Beau ha paura” è il terzo film A24 distribuito in Italia da I Wonder Pictures dopo il 7 volte premio Oscar Everything Everywhere All at Once e il 2 volte premio Oscar The Whale con Brendan Fraser, entrambi tuttora nelle sale.

“Beau ha paura”, credits Courtesy of Press Office
“Beau ha paura”, credits Courtesy of Press Office

«Siamo felici e orgogliosi di portare in Italia l’ultima opera di Ari Aster”, dichiara Andrea Romeo, fondatore e direttore editoriale di I Wonder Pictures “e ci fa piacere che la collaborazione con A24 prosegua con un film come Beau ha paura, capace non solo di intrattenere ed emozionare, ma anche di cambiare il nostro modo di sognare; un’avventura da scoprire e riscoprire e da cui lasciarsi sorprendere ogni volta, un film visivamente travolgente – negli Stati Uniti sarà distribuito nei cinema IMAX – che sentiamo già come molto atteso e crediamo abbia tutte le caratteristiche per diventare un vero e proprio caso cinematografico».

Scritto, diretto e prodotto da Ari Aster, “Beau ha paura presenta Joaquin Phoenix nel ruolo del titolo affiancato da un cast che include Nathan Lane (vincitore di un Emmy per “Only Murders in the Building” Tv, “The Producers – Una gaia commedia neonazista”), la candidata all’Oscar e al Golden Globe Amy Ryan (“Il ponte delle spie”, “Birdman”,“Gone Baby Gone”), con l’attrice nominata al Golden Globe Parker Posey (la serie tv “The Staircase – Una morte sospetta”, “Café Society”, “Scream 3”, “Superman Returns”, “BladeTrinity”) e la vincitrice di Grammy Patti LuPone (“American Horror Story” Tv, “L’accademia del bene e del male”). Prodotto da A24 e da Lars Knudsen e Ari Aster, “Beau ha paura” uscirà nelle sale italiane ad aprile distribuito da I Wonder Pictures.

Il trailer YouTube

:https://youtu.be/nH32UQU6K68

Con l’app “Vestiaire Collective” in città la moda parla italiano

Vestiaire Collective, l’app di moda di lusso di seconda mano, ritorna con una nuova campagna e una serie di affissioni in alcune delle principali città italiane. Dopo Milano, la nuova campagna approda anche a Bologna, Firenze, Torino e Verona, per parlare con ironia e leggerezza il linguaggio della moda.

Vestiaire Collective
Vestiaire Collective

A Bologna si racconta la qualità dei pezzi second-hand della piattaforma con lo slogan “La moda di seconda mano è come Cesare. Migliora col tempo”. A Torino, il brand comunica la disponibilità di splendidi item vintage con “Stile da Vecchia Signora. Ma il calcio non c’entra”. A Verona si parla agli abitanti nel loro stesso dialetto con “Non è vecio. È vintage”. Mentre a Firenze, culla dell’arte quattrocentesca, lo slogan “Il Rinascimento della moda” esalta la circolarità del fashion in modo conciso. E questi sono soltanto alcuni esempi.

Vestiaire Collective
Vestiaire Collective

A Milano, invece, capitale della moda, è stato riservato un trattamento speciale. Oltre ai manifesti in metropolitana e superficie, sui quali risaltano frasi come “Investi in borse, non in borsa” e “Una moda più sostenibile dell’avocado toast”, Vestiaire Collective ha presidiato uno degli spazi pubblicitari più famosi e vistosi della città: la maxi-affissione di via Melchiorre Gioia. Sui 2500 mq del billboard, le migliaia di persone che passano di lì leggono ‘Moda second-hand della Madonnina.’, un modo irriverente e d’impatto per comunicare il pregio dei capi di lusso presenti su Vestiaire Collective e l’essenza stessa del brand.

Vestiaire Collective
Vestiaire Collective

L’attività, firmata da We Are Social, prende elementi tipici del territorio e dà loro una forma che strizza l’occhio al mondo del fashion e ai principi di sostenibilità ed eleganza di Vestiaire Collective.

Photo credits Courtesy of Press Office

Davii, tuniche drappeggiate e kimono scultorei nella nuova collezione invernale

Forte e delicata, fluida e geometrica, la donna Davii per l’autunno-inverno 2023/24 è una guerriera sensuale, il cui nuovo guardaroba giustappone abiti-tunica lunghi e drappeggiati, stratificati sopra e sotto kimono scultorei in ecopelle e giacche strutturate con maniche-guanto.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

I tessuti sono molteplici, e lo stesso materiale è declinato in modalità differenti. La seta può essere morbida come lo chiffon o il crepe, leggero stampato in marmo, ma anche più pesante come l’organza o il gazar couture.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

Il techno-velluto è usato negli abiti a tunica a collo alto, per i bubble-bombers o ancora per i completi marziali. La lana viene usata nell’abito lungo bianco, plissettato come una “pietra cesellata”.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

La donna pensata dal brand cammina senza paura con i suoi stivali, esibendo le gambe ma nascondendo il collo. Nero, bianco, pietra e sangue di drago sono i suoi colori.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

About Davii 

Fabiano Fernandes dos Santos, fonda il brand Davii nel 2016, quando dal Brasile si traferisce a Porto e crea il suo primo laboratorio di Alta Sartoria, dopo molteplici collaborazioni a Sao Paolo e 10 anni di partnership con il gruppo Arnaldo Ventura.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

Nel suo Atelier di Porto può finalmente assecondare la passione per una moda che trae spunto dall’Haute Couture e dal Design contemporaneo, realizzando la sua prima collezione di capi unici realizzati a mano, d’ispirazione orientale nei volumi e proporzioni e all’art nouveau nelle plissettature e drappeggi, dove i materiali sono impalpabili e fluttuanti come l’organza, essenziali come la seta cruda, e i toni assoluti del nero o del viola con incursioni di nuances pastello e stampe vintage dai cromatismi vivacemente geometrici anni ’50.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

La sua ricerca iconografica degli stampati prosegue il suo viaggio attraversando l’arte persiana e i Balletti Russi di Bakst che si fondono armoniosamente con influenze tribali contemporanee.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

Agli inizi del 2019 apre il suo atelier nel quartiere delle Beux Arts a Porto, in Rua Duque da Terceira 358, unendo la poetica dei suoi abiti ad un’accurata ricerca di oggetti e mobili di Modernariato internazionale.

Davii, PAP FW 23/24
Davii, PAP FW 23/24

Attualmente la sua collezione è stata scelta da boutiques affermate di Porto, Madrid e Milano.

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Vipra, il cantautore dedica il nuovo singolo “Guardami!-Mango” all’artista lucano

Dopo la pubblicazione di “Musica da Morto-Martini”, dedicato alla grande voce di Mia Martini, esce il 24 marzo “GuardamI! – Mango”, (Asian Fake/Sony Music), il nuovo singolo di Vipra che omaggia l’indimenticato  Pino Mango. Autore, membro del collettivo Sxrrxwland, l’artista è capace di oscillare tra atmosfere malinconiche e brani urlati e potenti, sulle orme della nuova scena post-punk internazionale, dagli Idles ai Turnstile.
Il videoclip ufficiale di “Guardami! – Mango” sarà presentato in anteprima a Roma, all’interno del panel in programma, il 21 marzo presso la Galleria delle Arti (Via dei Sabelli 2 – ore 19:00), volto a riflettere sul ruolo della donna all’interno della discografia italiana. Al dibattito, introdotto da Vipra, saranno presenti, quattro donne, affermate professioniste nel campo musicale: Eleonora Rubini (Head of Marketing Columbia), Beba (Artista), Rossella Essence (Dj e producer) e Diletta Bellotti (Autrice e attivista). Il panel vuole aprire un confronto tra gli addetti ai lavori e il pubblico sul ruolo della donna nel mondo della musica e verranno analizzate le iniziative più efficaci per smuovere la situazione e cosa si può fare di più per limare ulteriormente il gender gap. Il dibattito si lega a quello che sarà il concept del videoclip di Vipra, che rappresenterà proprio una metafora dell’impatto di una nuova generazione e di nuove correnti di pensiero che chiedono un riscatto della donna nella società e nella musica. Andando contro i tradizionalismi e le chiusure di una società ancora troppo machista, Vipra con questo nuovo video denuncia i fenomeni di genere tossici e osserva quanto ancora oggi le donne si sentano messe di fronte a determinate situazioni di squilibrio.
Nella foto il cantautore Vipra, credits Courtesy of Press Office
Nella foto il cantautore Vipra, credits Courtesy of Press Office
Come il precedente singolo, dedicato a Mia Martini, anche questo brano omaggia un cantautore italiano scomparso. “Guardami!” è la traccia associata a Mango, innovatore geniale e sensibile, al quale Vipra contrappone la figura di un immaginario cantante contemporaneo, cinico e affamato di successo. Indossando questa maschera, Vipra ironizza sulla costante necessità di apparire che ossessiona gli artisti del mainstream.
«Immaginando un cantante disposto a tutto per entrare al party giusto o farsi notare dai fan, prendo in giro tutti quegli artisti, specie gli uomini e in cui ironicamente includo anche me stesso, che cercano di monopolizzare l’attenzione su di sé finendo per alimentare un sistema che riduce la partecipazione femminile e bada molto più alla forma che alla sostanza – racconta Vipra – Il ritornello, in cui abbandono la maschera della star in piena crisi di nervi, è liberatorio: anche con tutti i gioielli e i soldi del mondo, una situazione del genere merita solo una risposta, un sonoro “Fuck!”».
Vipra porterà le sue sonorità presto sul palco e la prima data confermata è l’apertura dell’unica data italiana della band post-punk svedese Viagra Boys, in programma il 20 agosto al Rock Beach Festival di Bellaria Igea Marina (RN). Le prevendite per la data sono acquistabili su Ticketone e DICE.fm.
Dopo il debutto con “Simpatico, Solare, In Cerca di Amicizie” che aveva visto un gran numero di collaborazioni con artisti e produttori, dagli Psicologi, Fulminacci a Margherita Vicario e Frenetik e Orang3, Giovanni Vipra scrive canzoni da quando ha memoria e infatti a oggi risulta disoccupato. Membro fondatore del collettivo Sxrrxwland ha realizzato gli EP “Buone maniere per giovani predatori” e “OSSO”, considerati classici della scena underground, quindi non remunerativi. Ha lavorato come autore per artisti di livello nazionale e pubblicato un album solista nel 2021 per Asian Fake e Sony Music, “Simpatico, solare, in cerca di amicizie”. Tutto il suo percorso l’ha naturalmente portato a odiare il mercato musicale e i suoi addetti ai lavori, e per estensione la struttura capitalista e il genere umano, stupidamente in marcia verso l’auto-annientamento. Nel corso degli anni, Vipra è stato headliner dell’edizione 2021 del Mi Ami Festival e dello Spring Attitude Genera Festival. Ha suonato al Pinewood Festival e in tutti i maggiori festival e club italiani sia con Vipra che con i Sxrrxwland.

Grand Bahama, l’isola più amichevole e settentrionale nell’arcipelago dell’America centrale

A partire dal 22 giugno raggiungere Grand Bahama sarà facile come… prendere un volo diretto da Milano Malpensa e approdare a Freeport, la vivace e stimolante capitale dell’isola, dove tutto ha inizio: la vacanza perfetta per tutti, dalle coppie alle famiglie, dagli appassionati di sport agli amanti della natura, è più vicina di quanto si pensi.

C’è una risposta per tutti, sull’isola di Grand Bahama: non importa chi sei o da dove vieni, adorerai lo spirito e la cultura dell’isola, la proposta estremamente varia di attività a contatto con la natura e il mare, il litorale protetto dalla barriera corallina, aspetti così peculiari dell’isola e di tutto l’arcipelago delle Bahamas.

Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas
Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas

Unitamente al comodo volo diretto operato da Neos dal 22 giugno prossimo al 7 settembre 2023, l’opportunità da non perdere questa estate la offre il leader indiscusso delle vacanze all inclusive in villaggio, Bravo con il Viva Fortuna Beach: la soluzione, caratterizzata da meravigliosi panorami marini, garantisce la giusta tranquillità per un soggiorno piacevole anche grazie all’ampia scelta di intrattenimenti guidati dall’équipe di animatori parlanti italiano.

Inoltre, non c’è momento migliore del 2023 per visitare Grand Bahama: questo, infatti, è l’anno delle celebrazioni dei 50 anni dall’indipendenza delle isole delle Bahamas e si prevede un calendario fitto di appuntamenti culturali.

Da non perdere

La passerella del Lucayan National Park ti farà attraversare tutti gli ecosistemi di Grand Bahama. Se puoi, visita il parco con la bassa marea, quando si può apprezzare la vista di Gold Rock Beach. Il Lucayan National Park protegge uno dei sistemi di grotte sottomarine più estesi al mondo, resti preservati degli indiani Lucayan e ambienti naturali come foreste di pini, insenature di mangrovie e barriere coralline.

L’Heritage Trail rappresenta l’azione della natura sull’isola di Grand Bahama: il vecchio sentiero sterrato era la principale arteria di trasporto dell’isola; una volta abbandonato, la natura si è re-impossessata dei suoi spazi. Lungo circa 8 chilometri, mostra un’impressionante varietà di piante, uccelli e farfalle, il sentiero è il luogo ideale per passeggiate felici!

Il Peterson Cay National Park è uno dei parchi nazionali più piccoli delle Bahamas ma offre l’opportunità di apprezzare la bellezza dell’isola da un diverso punto di vista. Dalle profondità delle acque turchesi, facendo snorkeling attraverso colorate barriere coralline potrai osservare banchi di pesci tropicali e altre specie marine. Un sito interessante per lo snorkeling è Deadman’s Reef, dove recentemente sono state fatte importanti scoperte riferite agli indiani Lucayan: una meravigliosa esperienza di archeologia subacquea.

Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas
Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas

Un ecosistema così ricco e così, al contempo, delicato, ha bisogno di tutela e di progetti di salvaguardia. Un’iniziativa su tutte è Coral Vita: nel 2018, Sam Teicher e Gator Halpern, i fondatori, hanno avviato un vivaio di coralli nell’isola di Grand Bahama per arginare le conseguenze del cambiamento climatico alle Bahamas. La struttura funge anche da centro didattico su flora e fauna marine e ha guadagnato fama come attrazione turistica.

Dalla natura alla cultura, nascosta dietro le maschere del festival Junkanoo, celata nelle pennellate di un dipinto a olio su tela o negli intagli di una scultura in legno. Per le anime artistiche, Grand Bahama offre numerose gallerie d’arte: al mercato di Port Lucaya, nella Leo’s Art Gallery i vivaci dipinti di Leo Brown illustrano la vita sull’isola.

Inaugurato l’8 agosto 2022, il Bahamas Maritime Museum a Freeport, Grand Bahama, racconta per la prima volta la storia della ricca eredità marittima delle Bahamas. Tra le centinaia di isole e isolotti, il mare ha sempre definito la storia delle Bahamas dai nativi Lucayan agli orrori della tratta degli schiavi sino alle flotte del tesoro spagnolo e alla repubblica dei pirati.

Il Museo Marittimo delle Bahamas approfondisce questi temi, partendo dal gioiello della corona naufragato e infine, restituito dal mare: i resti del galeone spagnolo Nuestra Señora de las Maravillas (Nostra Signora delle Meraviglie), perso al largo delle isole settentrionali il 4 gennaio 1656.

Un viaggio alle Bahamas non si può dire tale senza l’esperienza del Fish Fry, chioschi dall’aria informale presso i quali si possono gustare le specialità bahamiane. I frutti di mare e il pesce sono l’alimento base della cucina, in particolare lo strombo(conch – si pronuncia ‘konk’), un mollusco dalla carne soda e bianca, utilizzato in una varietà infinitamente fantasiosa di piatti: servito crudo, spruzzato di lime e spezie, ilconch è l’emblema della freschezza, ma può anche essere fritto, cotto al vapore o in deliziose frittelle accompagnate da una salsa rosé.

A Grand Bahama puoi fare l’esperienza del Fish Fry il mercoledì a Smith’s Town.

Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas
Grand Bahama, arcipelago delle Bahamas


Bravo Viva Fortuna Beach

Il motto delle Bahamas è “Da noi è meglio” e il Bravo Viva Fortuna Beach, con la sua spiaggia bianchissima e il mare dai colori intensi, conferma appieno l’affermazione legata all’arcipelago caraibico. La struttura, della catena alberghiera Viva Resorts, è ospitata sull’isola di Grand Bahama e dista solo 18 chilometri dall’aeroporto di Freeport. Si compone di 274 camere, quattro ristoranti e, insieme a meravigliosi panorami marini, offre la giusta tranquillità per un soggiorno magico e allo stesso tempo divertente grazie all’ampia scelta di intrattenimenti organizzati dall’équipe di animatori sempre pronti a coinvolgere gli ospiti.

Inoltre, uno dei suoi punti di forza è il centro immersioni Viva Diving, certificato PADI 5 stelle, che propone corsi e uscite per principianti ed esperti.

Photo credits Courtesy of Press Office

“No-Space”, a Roma con Contemporary Cluster in mostra le illusioni ottiche e le astrazioni sottili di Tycjan Knut

Tycjan Knut crea astrazioni sottili. Utilizza forme semplici, tavolozze di colori monocromatici e illusioni ottiche per ottenere un senso di profondo minimalismo; un’astrazione quasi totale che spinge lo spettatore a vivere i suoi dipinti in un modo spirituale e senza tempo.

Attraverso l’utilizzo di illusioni ottiche, Knut esplora gli aspetti psicologici della pittura, evocando risposte emotive e riflessioni più profonde da parte dello spettatore. Dal 23 marzo sarà in mostra al Palazzo Brancaccio di Roma con “NO-SPACE”, progetto espositivo targato Contemporary Cluster con il padrone di casa Giacomo Guidi. Grazie alle delicate differenze tonali e all’adozione di colori neutri, le sue opere creano effetti ottici, illusioni che ricordando le precise e sottili delineazioni dei piani e dei volumi architettonici di Fred Sandback. Le sue composizioni richiedono tempo e pensiero; nella piena tradizione minimalista le opere dell’artista polacco non vanno viste a colpo d’occhio, potrebbero non trasmettere tutto quello che esprimono ad un esame più attento. I dipinti di Knut si svolgono lentamente, con più punti di ancoraggio che guidano l’occhio dello spettatore attraverso il dipinto creando un senso di equilibrio.

Knut costruisce sulla tela strati di colore sovrapposti che ricordano la struttura del mondo organico, crea immagini che inducono l’occhio a percepire nuove profondità in oggetti già altamente strutturali. Senza usare schizzi o disegni preparatori, la pratica di Knut è reattiva, istintiva. L’artista segue attentamente la strutturazione della composizione, esaminando la funzione di ogni elemento in relazione alla pittura nel suo complesso, l’utilizzo di forme geometriche semplici come il quadrato e il rettangolo, figure alle base dell’arte fin dai suoi primordi, rendono Knut un classicista, secondo la definizione di classicismo di Barbara Rose. Le strutture elementari sviluppate su superfici bidimensionali sono composte da materiali semplici che danno modo di scoprire più in profondità il colore, la forma, lo spazio e la materia stessa.

“No-Space”, Tycjan Knut_Contemporary Cluster, Roma_credits Courtesy of Press Office
“No-Space”, Tycjan Knut_Contemporary Cluster, Roma_credits Courtesy of Press Office

La tavolozza di colori limitata e le forme geometriche semplici rendono queste opere oggettivamente minimali, per l’artista questa ricerca intrinseca di minimalismo comporta introspezione e contemplazione. L’uso dell’illusione ottica, attraverso la manipolazione di forme, linee e motivi aggiunge un aspetto dinamico e ammaliante all’opera d’arte.

NO-SPACE” rappresenta una riflessione su questi termini, una ricerca artistica che perdura nel tempo e che vada a illustrare lo stile di Tycjan Knut: uso di forme minimali, toni della terra, imitazione di trame, trame reali e illusioni ottiche che unite assieme esprimono l’idea del tempo assoluto, il non-tempo.

L’estetica “NO-SPACE” si riferisce ad un ciclo di opere che gioca con l’idea di vuoto e spazio negativo che circonda l’opera stessa. Ciò può essere ottenuto attraverso l’adozione di linee e forme pulite, nonché il posizionamento strategico dello spazio negativo per creare un senso di equilibrio e armonia nella composizione. L’artista durante il processo creativo è completamente guidato dall’intuizione non lasciando spazio a schemi mentali precostituiti; la sua arte è libera e incontaminata, non adotta disegni preparatori ma lascia l’immaginazione libera di esprimersi.
Le opere di Knut si ispirano all’arte astratta geometrica del Novecento con un profondo interesse accademico verso ‘maestri’ astratti meno conosciuti degli anni Sessanta e Settanta di cui lui è grande conoscitore; nel suo lavoro, profondi sono i riferimenti ai grandi autori del minimalismo astratto, da Ellsworth Kelly ad Al Held fino al più contemporaneo Sol Lewitt.

La sua è una ricerca dello spazio puro, il no-space, ottenuto grazie a continuo studio della rifrangenza della luce sulla superficie dell’opera che diviene la vera protagonista del quadro; insieme forma e materia creano un sinodo restituendo al contempo importanza all’oggettualità e alla fisicità dell’opera. Egli spinge i confini dell’illusione incorporando nuovi elementi presi dalla realtà, gioca con la luce e le ombre per modificare i gradienti di luce all’interno dei dipinti, creando un’illusione di profondità e multistrato. Il suo lavoro risuona dell’eco della tradizione minimalista americana ma si estende oltre la tendenza dell’astrazione geometrica, le sue opere sono liberate dai vincoli della formula indispensabile per il raggiungimento del non spazio.

La mostra sarà visitabile a Palazzo Brancaccio, in via Merulana a Roma  fino a sabato 22 aprile 2023, dal martedì al venerdì dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.00, il sabato dalle 11.00 alle 20.00.

Teatro Sala Umberto, in scena a Roma “Il Giardino dei ciliegi” di Cechov

Dal 21 marzo al 2 aprile, al Teatro Sala Umberto di Roma, andrà in scena  “Il Giardino dei Ciliegi”. È l’ultimo lavoro di un Anton Cechov malato e vicino alla morte; eppure, mai così attaccato alla vita, intesa come respiro, anima del mondo e speranza nel futuro.

Nella sua ultima commedia – perché così egli la definì e la intese – egli esprime ancora più lucidamente la sua riflessione sulla goffa incapacità di vivere degli esseri umani. Il loro trabismoesistenziale sulla propria anima.

Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”
Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”

Ljuba e suo fratello Gaev, un tempo lieti, da bambini, tornano nell’età matura nel luogo simbolo della loro felicità appassita. La stanza chiamata ancora “dei bambini”. Da cui si intravede il loro giardino dei ciliegi, un tempo motivo di vanto e orgoglio in tutto il distretto.

Ora però i tempi sono cambiati. I ciliegi non producono più frutti commerciabili, sono solo l’ombra di un passato che non tornerà più. Così le speranze, la gioia, l’amore, tutto ciò che era legato simbolicamente al giardino è andato perduto. Il declino economico accende brutalmente il declino della loro esistenza a cui non sanno (o non vogliono) porre rimedio.

Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”
Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”

Ljuba, donna di forti sentimenti e capace di amore, ormai ha perduto il marito e l’ultimo amante. Da anni è segnata dalla perdita del suo amato figlio piccolo. Eppure, sopraffatta dai debiti, non si rassegna ad abbandonare il sogno: la nostalgia del suo luminoso passato dove risiede illusoriamente la sua armonia. Bimba illusa nel corpo di una donna matura. Che piange e ride allo stesso tempo.

Così il fratello Gaev, adulto mai cresciuto da una condizione puerile fatta di giochi e lazzi spenti. Chiamato per una volta alla sua responsabilità di uomo di casa nella vendita all’asta del giardino, non riesce a combinare nulla. Debole e ingenuo. Struggente nel Lopachin, invece, nuovo arricchito, figlio del contadino, riuscirà a imporre la propria persona non solo con l’abilità degli affari, ma soprattutto con la lucidità inesorabile di chi è consapevole del proprio ruolo.

Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”
Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”

Garbato ma ambizioso, è il contraltare perfetto dei due proprietari. Rampante e pragmatico. Vincente. Eppure, al contrario di Ljuba e Gaev, totalmente incapace di amare, di gestire la propria sensibilità. Tutt’altro che arido, ma ancora peggio: inabile ai sentimenti.

Resta eppure una ultima speranza. I giovani che popolano la storia sapranno forse riscattare le incrostazioni dell’anima di chi li ha preceduti. Varja, figlia maggiore di Ljuba, fioca luce di armonia in una casa prossima al buio, delusa dall’insipienza amorosa di Lopachin, andrà a rifarsi una vita altrove. Anja, la piccola di casa, dolce ragazza in fiore, seguirà Trofimov, eterno studente scombinato, ma insieme potranno guardare al futuro!

Il barlume di salvezza risiede nel finale, nei due ragazzi che si amano e che vedono nella distruzione del giardino venduto, non la fine, non la deriva, ma l’inizio di una nuova vita.

Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”
Roma, Sala Umberto, “Il Giardino dei Ciliegi”

Nella riduzione della commedia si eliminano i personaggi minori portando la compagnia ai sei elementi principali: LJUBOV’ ANDREEVNA RANEVSKAJA, proprietaria terriera; ANJA, sua figlia, diciassette anni; VARJA, sua figlia adottiva, ventiquattro anni; LEONID ANDREEVIC GAEV, fratello della Ranevskaja, ERMOLAJ ALEKSEEVIC LOPACHIN, mercante; PETR SERGEEVIC TROFIMOV, studente.

I dialoghi saranno rispettosi del testo originale, rispettando le sfumature poetiche dell’autore, ma tradotti in modo efficace e contemporaneo  suo fallimento definitivo. Un grande spazio chiaro, con una forte presenza illuminotecnica contemporanea, con pochi elementi scenici richiamanti la “stanza dei bambini”, oggetti volutamente sproporzionati rispetto alla statura dei personaggi, come se fossero ancora piccoli rispetto all’ambiente, mai cresciuti: un tavolo colorato, una sediolina dell’infanzia, una grande bambola…

E soprattutto: il grande armadio centrale sullo sfondo a cui Gaev, come da testo, canta le lodi come a un monumento. Testimone del tempo felice che fu. Imponente e simbolico come un dolmen sbiadito. Sempre chiuso per tutto il tempo dell’azione scenica. Lo aprirà solo sul finale Lopachin, nuovo proprietario, con le chiavi che gli avrà lanciato Varja, scontrosa e ribelle. All’apertura l’armadio vomiterà il suo contenuto che travolgerà il nuovo proprietario.

Una produzione Viola Produzioni – TieffeTeatro Milano – Teatro Stabile di Genova

Sul palco

MILVA MARIGLIANO | DALILAS REAS | ELEONORA GIOVANARDI
TANO MONGELLI | ROSARIO LISMA | GIOVANNI FRANZONI
e con la partecipazione in voce di ROBERTO HERLIZTKA

Scene Dario Gessati | costumi Valeria Donata Bettella | luci Luigi Biondi
regia di ROSARIO  LISMA

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Mango StartUp Studio investe nella start-up di noleggio di abbigliamento “La Más Mona”

Mango, uno dei principali gruppi di moda europei, rafforza il suo spirito innovativo e, attraverso l’acceleratore Mango StartUp Studio, investe in La Más Mona, la piattaforma di noleggio di abiti e accessori da cerimonia. 

L’investimento consiste nell’offrire un sostegno finanziario all’azienda attraverso un prestito partecipativo convertibile e rappresenta l’ingresso di La Más Mona in un programma di accelerazione attraverso il quale gli imprenditori scopriranno in prima persona il funzionamento di Mango e saranno in grado di scalare il loro modello di business.  Riceveranno inoltre consigli e sessioni di mentoring da parte di professionisti dell’azienda in aree quali l’internazionalizzazione delle operazioni e la tecnologia, nonché la gestione delle persone. Allo stesso modo, Mango sta lanciando un progetto pilota di noleggio di abbigliamento sul suo sito web tramite Mango Renting (www.mangorenting.com).

 Belen Rallo Del Olmo, Director di Mango StartUp Studio e Polo Villaamil, Founder & Ceo di La Más Mona
Belen Rallo Del Olmo, Director di Mango StartUp Studio e Polo Villaamil, Founder & Ceo di La Más Mona

Il servizio offrirà una quarantina di articoli che verranno aggiornate ogni mese, in modo che i clienti Mango possano godere di una maggiore versatilità e flessibilità nella scelta degli outfit per i loro eventi.

Si tratta del terzo investimento effettuato da Mango StartUp Studio dal suo lancio nel 2022. Finora l’acceleratore ha investito nella start-up di sostenibilità specializzata nella rivendita di rifiuti tessili, Recovo, e nell’azienda di retribuzione on-demand e flessibile, Payflow.

La Más Mona è stata fondata nel 2012 con la missione di offrire un modo più intelligente, responsabile e sostenibile di consumare. La piattaforma ha iniziato con un modello B2C di noleggio di abbigliamento, sia per abiti da cerimonia che per abiti da tutti i giorni, e ora ha esteso la sua attività con un modello B2B per i marchi che desiderano lanciare il proprio servizio di noleggio attraverso i propri clienti. Attualmente La Más Mona conta 315mila clienti registrati e 35mila capi noleggiati.

 Belen Rallo Del Olmo, Director di Mango StartUp Studio e Polo Villaamil, Founder & Ceo di La Más Mona
Belen Rallo Del Olmo, Director di Mango StartUp Studio e Polo Villaamil, Founder & Ceo di La Más Mona

About Mango StartUp Studio

Mango Start-Up Studio, l’acceleratore di start-up del settore moda creato dall’azienda, ha l’obiettivo di promuovere l’innovazione in Mango, individuare nuove opportunità di crescita e partecipare allo sviluppo di nuove tecnologie o modelli di business.
A tal fine, Mango StartUp Studio è alla ricerca di aziende e idee in fase di sviluppo per effettuare investimenti di seed-capital che contribuiscano all’innovazione della catena del valore dell’industria della moda e migliorino l’esperienza del cliente. Tecnologia e sostenibilità sono due aree di interesse prioritario per l’acceleratore, oltre a tutti gli anelli della catena del valore, dalla creazione e  dall’approvvigionamento dei prodotti alla distribuzione.

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Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, al via il primo podcast “Le parole della partecipazione” sulla gestione del patrimonio artistico italiano

Che cosa vuol dire “comunità di patrimonio” o “partecipare” alla cura e alla gestione del patrimonio culturale? Quali sono le parole della partecipazione culturale? Questi gli interrogativi e i principali temi al centro del podcastLe parole della partecipazione” promosso dalla Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali che si pone l’obiettivo di approfondire politiche, pratiche ed esperienze di partecipazione alla gestione del patrimonio culturale in Italia.

Un progetto in cui le parole acquisiscono un ruolo centrale nella comprensione di quella “rivoluzione”, incentivata dalla Convenzione di Faro, che ha investito il nostro patrimonio nei suoi processi di definizione, gestione e valorizzazione, riconoscendo un ruolo-chiave alle comunità e passando dal concetto di ‘diritto del patrimonio culturale’ a quello di “diritto al patrimonio culturale’”.

La serie – composta da sei episodi affidati ognuno a una voce narrante – è da oggi disponibile sul canale Spotify della Fondazione, inaugurato in occasione del lancio, volto a offrire ai professionisti dei beni culturali contenuti di approfondimento innovativi.

L’iniziativa nasce dal progetto di ricerca “La partecipazione alla gestione del patrimonio culturale | Politiche, pratiche ed esperienze, che ha avuto l’obiettivo di indagare dinamiche, prospettive e opportunità del coinvolgimento delle comunità nelle pratiche di gestione del patrimonio culturale.

Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, credits Official Facebook
Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali, credits Official Facebook

«Il podcast ‘Le parole della partecipazione’ invita a una riflessione quanto mai necessaria per comprendere i grandi cambiamenti in atto e su cui la Fondazione, forte del suo impegno nel settore, intende ideare percorsi formativi ad hoc in grado di sostenere i processi di gestione partecipata del patrimonio culturale»,  dichiara Alessandra Vittorini, direttore della Fondazione Scuola dei beni e delle attività culturali.

Apre la serie “Le parole della partecipazione” di Elena Pelosi, esperta di politiche culturali della Fondazione scuola dei beni e delle attività culturali. Seguono cinque puntate, ognuna dedicata a un tema: “La Convenzione di Faro” di Pierluigi Sacco, professore all’Università degli Studi “G. d’Annunzio” Chieti-Pescara; “Partecipazione culturale” di Betram Niessen, presidente e direttore scientifico di chefare.com; “Politiche culturali e patrimonio” di Francesca Velani, vicepresidente di PromoPA e direttrice di Lucca Beni Culturali – LuBeC; “Comunità e territorio” di Francesco Mannino, co-fondatore e presidente delle Officine Culturali di Catania e “Innovazione sociale e innovazione culturale” di Roberta Franceschinelli, program manager di Fondazione Unipolis.

Per maggiori informazioni sul progetto di ricerca:

www.fondazionescuolapatrimonio.it/ricerca/la-partecipazione-alla-gestione-del-patrimonio-culturale

Per ascoltare il podcast:

https://open.spotify.com/playlist/0ybAfCBklcHCFVwnB7bun4?si=0aa833245496425b

Aspesi, nel nuovo progetto del brand il guardaroba “È una cosa di famiglia”

Il brand Aspesi lancia un progetto per raccontare il valore degli oggetti tramandati, custoditi, collezionati. E il tema del gruppo familiare per il marchio trova spazio proprio nei gesti quotidiani di persone che condividono connessioni.

Aspesi, “È una cosa di famiglia”
Aspesi, “È una cosa di famiglia”

Gruppi familiari in cui le esperienze condivise del gruppo sfociano nella sfera emotiva del singolo. In questo campo familiare i membri scambiano, tramandano, ereditano capi di abbigliamento Aspesi appartenuti ad altri membri.

Aspesi, “È una cosa di famiglia”
Aspesi, “È una cosa di famiglia”

Un atto che non solo preserva il lato affettivo che l’oggetto appartenuto ad altri rappresenta, ma che permette al nuovo fruitore una inedita interpretazione del tutto personale. Indossare un capo appartenuto al nostro vissuto collettivo rimanda a una libera interpretazione del nostro essere, un’azione che rende tutto ciò che è standardizzato e impersonale incredibilmente unico, intimo e simile a noi.

Aspesi, “È una cosa di famiglia”
Aspesi, “È una cosa di famiglia”

Il guardarobaÈ una cosa di famiglia” e ognuna ha i suoi oggetti del cuore . Sono supporti di memoria, significati di relazioni, contenitori di ricordi che nella vita quotidiana viviamo con naturalezza, perché ci appartengono. Ci circondano come le fotografie, l’aria e il disordine, ma in silenzio continuano a ricordarci da dove veniamo e, a volte, dove stiamo andando.

Aspesi, “È una cosa di famiglia”
Aspesi, “È una cosa di famiglia”

Questi oggetti non solo parlano di noi, ma vanno indietro e oltre, rimandando a qualcosa di più grande.

Aspesi, “È una cosa di famiglia”
Aspesi, “È una cosa di famiglia”

Alle nostre radici, alla nostra identità, alla storia che ci rappresenta e che condividiamo con altre persone, le nostre persone, la nostra famiglia. Sono oggetti, ma solo in apparenza: sono molto di più, perché dietro hanno una storia, un gesto, un portamento, un’immagine che ci fa stare bene perché ci racconta chi siamo.

Photo credits Courtesy of Press Office

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