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Burberry goes green: sarà toxic free entro il 2020

titlepic_story_fullL’educazione a una coscienza green e al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente passa anche e soprattutto attraverso l’esempio. Per questo, la scelta di Burberry, brand britannico del lusso, di eliminare le sostanze chimiche pericolose dai suoi prodotti è emblematica del percorso intrapreso dall’azienda di moda e del periodo che stiamo vivendo, in cui è importante dare segnali forti ai consumatori e ai propri fan.

Un impegno serio, preso con Greenpeace, ma soprattutto dopo due settimane di pressione sui social media da parte dei consumatori. Ora Burberry si è pubblicamente impegnata ad eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose, prima dall’abbigliamento e poi dal resto dei propri prodotti, entro il primo gennaio 2020. Ma già a tra qualche mese l’azienda inizierà a rendere note le informazioni sulle sostanze chimiche contenute negli scarichi in acqua dei suoi fornitori nel mondo ed entro il primo luglio 2016 eliminerà tutti composti perflorurati e polifluorurati dalla sua filiera, sostanze usate per impermeabilizzare i tessuti.

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Una mossa giusta e consapevole, sulla scia dell‘esempio dato da Valentino già un anno fa, che non può fare altro che aumentare la reputazione di questo marchio.

“L’impegno di Burberry dovrebbe dare la sveglia a tutti marchi dell’alta moda – commenta provocatoriamente Chiara Campione, responsabile del progetto “The Fashion Duel” di Greenpeace Italia – Con la Settimana della Moda di Milano ormai alle porte ci chiediamo cosa aspettano marchi come Gucci, Versace e Louis Vuitton a passare dalla parte di coloro che stanno lavorando per garantire a noi e ai nostri figli un futuro libero da sostanze tossiche”.

Contaminati dalla moda: continuano le adesioni alla “Detox Campaign” di Greenpeace da parte di molte case di moda

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La Campagna Detox di Greenpeace continua con determinazione a portare avanti la sua missione: convincere le case di moda ad azzerare gli scarichi di sostanze chimiche pericolose per la salute dell’uomo entro il 2020, imponendo ai loro fornitori di rivelare tutte le emissioni di sostanze chimiche tossiche nell’ambiente e nei corsi d’acqua.

Costanti ricerche effettuate da Greenpeace rivelano come le industrie tessili rilascino pericolosi scarichi nei principali fiumi in Cina. Questi impianti riforniscono grandi brand internazionali come i giganti dell’abbigliamento sportivo Nike e Adidas. La pericolosità degli scarichi di queste industrie, che dipende dalle sostanze chimiche usate per le varie fasi della produzione, dalla pittura dei tessuti al lavaggio fino alla loro finitura, rappresenta una minaccia per l’ambiente e per la salute umana. Alcuni di questi composti chimici, come gli alchilfenoli e i composti perfluorurati alterano il sistema ormonale dell’uomo agendo anche a concentrazioni molto basse. Molti di questi fanno parte di un gruppo di sostanze persistenti nell’ambiente, che si accumulano lungo la catena alimentare fino ad arrivare all’uomo. Trasportati lontano dalla loro fonte di origine attraverso le correnti oceaniche e atmosferiche, è stata rilevata la presenza di questi agenti chimici nei tessuti dei pesci, che finiscono sulle nostre tavole, negli uccelli, nelle balene e negli orsi polari.

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I risultati delle ricerche di Greenpeace non si limitano ovviamente ai soli impianti cinesi, ma interessano tutto il mondo e sono indicative di un problema ben più vasto, che va oltre il territorio della Cina e del settore tessile. Riguarda la vita umana. L’associazione ambientalista sottolinea il bisogno di innovazione e di leadership da parte delle aziende, chiedendo loro un modo diverso di produrre senza inquinare le acque del nostro pianeta con sostanze tossiche e persistenti.

La catena di fornitura dell’industria tessile è molto complessa, e generalmente è il proprietario del marchio a dettare le regole sul processo di sviluppo del prodotto, compresa la ricerca e il design. E’ il brand stesso, che sceglie il fornitore con cui entrare in commercio esercitando anche il controllo sull’uso degli agenti chimici nei processi produttivi  negli articoli di consumo. Di questi brand, che fanno uso di sostanze tossiche, c’è un gruppo in particolare, che oltre a proclamarsi leader nell’abbigliamento sportivo, hanno la dimensione e la reale capacità di spingere il settore dell’abbigliamento verso un nuovo sistema di produzione. Queste aziende potrebbero davvero impegnarsi ad essere la soluzione del problema, e non solo la causa se lo volessero veramente. Devono solo agire seguendo i loro slogan “Just do it” , “Impossible is nothing”, “Make the change”. Greenpeace invita tutti questi brand a diventare campioni in un futuro senza sostanze nocive promuovendo l’eliminazione delle miscele pericolose dalla catena di produzione e dai prodotti in commercio.

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Negli ultimi mesi l’azienda Limited Brands, proprietaria dei noti marchi di biancheria intima “Victoria’s Secret” e “La Senza”, ha lanciato il suo impegno pubblico per la lotta contro i ftaliti, impegnandosi a stipulare contratti con fornitori che utilizzano formulazioni chimiche prive di ogni composto pericoloso. Questa è la quattordicesima azienda ad assumersi un impegno credibile, dopo aver rilevato la presenza di sostanze cancerogene nei capi di biancheria venduti negli Stati Uniti, e la prima a garantire la totale eliminazione dei prodotti tossici dalla produzione dei capi. L’azienda stessa ha dichiarato di essere consapevole che l’accesso all’acqua pulita è un problema di portata mondiale ed è quindi orgogliosa di unirsi in un progetto che risani il Pianeta. Anche Limited Brands ha dato una data precisa per l’eliminazione totale dei PFC, luglio 2015. Limited Brands da diavolo tossico diventa angelo Detox.  

G-Star, noto marchio olandese di moda giovanile è il quindicesimo fashion brand ad aderire alla campagna Detox di Greenpeace, impegnandosi ad eliminare lo scarico di tutte le sostanze nocive dalla sua filiera produttiva entro il 2020. Il noto marchio ha dichiarato ai suoi clienti e concorrenti che “i tessuti tossici sono un errore della moda. Per G-Star è arrivato il momento di scegliere la via della trasparenza e della tutela di coloro che vivono nelle acque colpite dall’inquinamento delle industrie della moda”. Il brand si è così impegnato seriamente nella sua opera ambientale tanto da eliminare gli ftalati e gli alchilfenoletossilati entro questo anno, e i composti perfluoroclorurati entro il 2014, accettando dei tempi di eliminazione che sono più rapidi di quelli di qualsiasi altro brand coinvolto nella campagna Detox.

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Dopo Levi’s, Zara e H&M, anche Benetton ha preso l’impegno di eliminare gli agenti chimici pericolosi dai propri prodotti e in tutta la catena di fornitura entro l’anno 2020. Un grande passo avanti da parte di un’altra azienda italiana, che attuerà politiche di trasparenza nei confronti dei suoi consumatori sulla propria filiera produttiva. Benetton è il tredicesimo marchio globale che si sta impegnando a ripulire la propria catena produttiva ed è il nono a fornire una data precisa, il 2015, per l’eliminazione completa delle sostanze chimiche tra cui i PFC (perfluorocarburi). Entro fine 2013 inoltre Benetton rivelerà i valori delle emissioni delle sostanze chimiche pericolose di ben 30 dei loro fornitori, 15 dei quali in Cina. L’azienda inoltre dichiara di garantire in questo modo a chi vive in prossimità di queste industrie, il diritto di conoscere esattamente cosa viene scaricato nell’ambiente in cui vivono.

Sulla base del principio di precauzione e prevenzione Greenpeace ha chiesto l’aiuto anche dei governi per un intervento istituzionale più ampio riguardante le politiche globali di gestione delle sostanze chimiche. L’approccio nuovo e consapevole auspicato dall’associazione ambientalista deve necessariamente includere il principio di sostituzione, secondo cui le sostanze chimiche dannose vengano sostituite progressivamente con quelle alternative e perché no, del tutto naturali provenienti dall’ambiente stesso. Il secondo passo sarà quello di isolare chi non rispetta queste norme e comprenderne le responsabilità.

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Un’altra azienda, che ha deciso di aderire alla richiesta di Greenpeace per la salvaguardia del pianeta è la società comasca Canepa Spa, primo produttore di tessuti pregiati come la seta e il jacquard per le principali firme dell’ haute couture e del  prêt-à-porter italiano e del mondo. Oltre ad aderire alla campagna Detox, l’azienda è diventata il primo produttore a livello mondiale a sottoscrivere pubblicamente il Detox Commitment. ” Siamo orgogliosi ad essere la prima impresa tessile al mondo a sottoscrivere il Detox Commitment di Greenpeace – ha dichiarato Elisabetta Canepa – Questo è il nostro contributo a una moda libera da sostanze tossiche che aiuterà i migliori brand dell’alta moda a produrre gli splendidi capi che sanno creare e che con i nostri tessuti avranno anche il pregio di non inquinare un bene prezioso come l’acqua”. In particolar modo Canepa richiederà all’80% dei propri fornitori di rivelare da gennaio 2014 i quantitativi delle sostanze chimiche pericolose emesse. Canepa ha inoltre incluso nell’eliminazione delle sostanze anche la metacrilammide, una sostanza che presenta elevati rischi per l’uomo, su cui l’azienda ha lavorato nei mesi precedenti all’impegno.

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Dopo Valentino Fashion Group, prima azienda italiana a dare il buon esempio impegnandosi fermamente nella sfida lanciata da Greenpeace, ora è la volta dell’azienda comasca ad impegnarsi volontariamente nello sviluppo di materie e sostanze alternative a quelle pericolose per la salute del pianeta. Chiara Campione, Project leader di The Fashion Duel afferma, che dal lancio della campagna Detox i consumatori di tutto il mondo hanno fatto sentire la loro voce. A questi, per la prima volta nella storia della campagna ambientale di Greenpeace, si unisce un produttore, Canepa. “E se un’azienda come questa, che lavora per tutti i più importanti marchi del lusso, può impegnarsi così seriamente – continua Chiara Campione – non hanno davvero più senso l’indecisione di Gucci e Armani, la lentezza di Versace, Ermenegildo Zegna e Ferragamo e l’opposizione di Dolce e Gabbana, Prada, Chanel e Roberto Cavalli a ripulire le proprie filiere e i nostri vestiti dalle sostanze tossiche e dalla deforestazione”

La domanda ora è quando queste e altrettante case di moda italiane e non saranno in grado di rispondere alle richieste dei consumatori e delle popolazioni locali, colpite dall’inquinamento delle proprie risorse idriche, smettendo di inquinare il pianeta e di investire invece nella moda che non costa nulla al pianeta? 

 

 

 

 

The Detox Catwalk: la nuova piattaforma online di Greenpeace

greenpeacePrevenire, diffondere, eliminare. Sono questi i tre principi su cui si basa l’iniziativa promossa da Greenpeace nei confronti del mondo della moda, messo sotto torchio dal gruppo di ambientalisti ormai da molto tempo. The Detox Catwalk, la sfilata detox, è il nome della nuova piattaforma interattiva online che giudica ventiquattro marchi del fashion system in base al proprio comportamento green e al rispetto delle tre regole fondamentali.

Il podio è occupato da alcune aziende leader nel greenwashing, le quali hanno dimostrato piena disponibilità a cambiare le politiche inquinanti per difendere l’ambiente e rispettare il consumatore. Tra queste spicca Valentino, che non soltanto si è impegnata nell’eliminazione di sostanze tossiche nei tessuti e nei processi di produzione, ma ha dimostrato grande interesse anche nel progetto Deforestazione Zero, che difende le foreste dallo sfruttamento barbaro per la realizzazione di prodotti e packaging. Per questo grande impegno, il marchio Valentino emerge anche nella classifica di Greenpeace #thefashionduel.

Molto importante anche il ruolo svolto da Benetton, brand attento ai processi di produzione con misure di controllo dagli standard sempre più elevati, e Levi Strauss, H&M e Mango, che hanno scelto di eliminare le sostanze pericolose e di intraprendere una politica di trasparenza nei confronti del consumatore.

Se però sono tanti i marchi dall’atteggiamento ineccepibile, c’è ancora qualcuno che sceglie di non partecipare o di non essere troppo coinvolto come Armani e Only the brave. A detta di Chiara Campione, project leader del progetto #thefashionduel, infatti Armani “non sta affrontando il problema dell’eliminazione delle sostanze tossiche con la dovuta serietà” e Only the brave “continua a rifiutarsi di agire coraggiosamente per ripulire i propri prodotti da sostanze”.

Poi ci sono marchi come Adidas e Nike che invece hanno scelto di prendere accordi solo sulla carta e non rispettarli concretamente.

L’attenzione di Greenpeace è rivolta al mondo della moda e a determinati brand da oltre due anni ormai, ma non tutte le aziende hanno scelto di abbandonare le vecchie politiche inquinanti. Chiara Campioni parla di una moda pulita come “l’unica direzione possibile”, nonostante ancora ci sia chi cerchi di sfuggire ed evitare la sola strada che possa salvaguardare uomo e ambiente.

Nasce il jeans in plastica riciclata: la rivoluzione si chiama Levi’s

I jeans da oltre un secolo rappresentano il capo basic dell’abbigliamento informale tanto da essere diventato l’elemento principale di un vero e proprio “stile jeans”, che si è progressivamente esteso ai principali capi d’abbigliamento. Un indumento universale e socialmente indifferenziato, un classico del vestire contemporaneo, che si oppone con la sua stabilità alle continue variazioni della moda.

Il jeans per antonomasia è il mitico Levi’s, la cui nascita risale convenzionalmente al 14 Marzo 1853 precisamente quando Morris Levi Strauss arrivò a San Francisco dove decise di produrre in serie pantaloni molto resistenti per i cercatori d’oro. Il boom del mercato dei jeans da quel momento in poi, tanto da diventare un fashion brand che ha fatto la storia della moda internazionale, ha avuto ben tre fasi di espansione, da abbigliamento resistente e funzionale per i cercatori d’oro si è poi esteso a tutte le categorie di lavoratori manuali del West, poi a partire dal 1930 si è allargato a tutti gli statunitensi come divisa per il tempo libero, e infine si è diffuso in Europa e nel resto del mondo. E’ proprio in questi anni, che la Levi’s ha cominciato a fare pubblicità sulla rivista di moda già famosa all’epoca, Vogue, e a distribuire i suoi prodotti nei negozi più importanti di New York.

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L’innovazione introdotta da Morris Levi Strauss apportò non poche novità nel mondo della moda negli anni ’60/’70, a partire dai valori democratici che jeans esprimeva, da abbigliamento prettamente maschile come era alle origini, sono diventati uno strumento in grado di favorire l’eguaglianza tra i sessi. Dopo tanti anni di successi l’azienda, la quale aveva prodotto i suoi primi pantaloni chiamati overall con della semplice tela da tenda color cachi, rivoluziona la produzione dell’amato jeans lanciando una collezione eco sostenibile nel rispetto dell’ambiente, ma pur sempre fashion. Come altri fashion brand attenti all’ambiente e che sposano la causa di Greenpeace per una moda, che sostiene il nostro ecosistema, e non lo distrugge disboscando intere foreste o inquinando le acque del pianeta con i rifiuti tossici della filiera produttiva, Levi’s ha inserito nella sua produzione pantaloni e giacche eco friendly, ovvero realizzate con materiale di riciclo. Grazie alla plastica riciclata delle bottiglie recuperate la Levi’s ha creato per la primavera-estate 2013 la sua prima collezione di jeans a impatto zero chiamati “Waste<Less” che significa meno spreco. Ogni paio di jeans viene prodotto utilizzando materiale plastico derivante da impianti di riciclaggio con una percentuale del 20%.  

I nuovi jeans nati dalla plastica
I nuovi jeans nati dalla plastica

Le bottiglie di plastica, colorate, trasparenti arrivano dagli Stati Uniti, e sono state raccolte attraverso i programmi di riciclaggio comunali previsti negli USA. Le bottiglie e le vaschette sono state ordinate in base al colore, schiacciate e trasformate in plastica riciclata, il Pet, che viene poi lavorata e convertita, grazie ad un apposito processo in fibra di poliestere, più precisamente polietilene tereftalato, che successivamente viene tessuta insieme al cotone nelle trame dei jeans dando così vita ad un prodotto ecologico. La plastica riciclata concorre quindi a produrre i famosi classici Levi’s 501 fino ai modelli slim e straight leg.

Per ogni paio di jeans realizzati sono necessarie almeno 8 bottiglie da mezzo litro per un totale complessivo di ben oltre 3 milioni e mezzo di bottiglie riciclate che danno vita all’intera linea spring/summer. I denim sono disponibili sia per uomo che per donna, e rappresentano il prossimo capitolo nel costante impegno della società  per una progettazione più sostenibile. A caratterizzare il colore dei diversi capi, dalle giacche ai denim, sono proprio le bottiglie stesse. “Con l’aggiunta di valore ai rifiuti, speriamo di cambiare il modo di guardare al riciclaggio, e in ultima analisi di incentivare a praticarlo di più”. Questo è quello che ha dichiarato James Curleigh, presidente globale del marchio Levi’s aggiungendo che “questa collezione dimostra che non c’è bisogno di sacrificare la qualità, la comodità o lo stile per dare luogo ad un nuovo inizio […] “. Il presidente del marchio afferma anche “con questa collezione stiamo facendo la nostra piccola parte, prendendo rifiuti e facendo qualcosa di nuovo con essi […]  Questo non vuole solo ridurre il nostro impatto sull’ambiente, vogliamo lasciare il mondo meglio di come l’abbiamo trovato” .

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L’azienda Levi’s non è neofita a questo genere di iniziative. Già nel 2008 aveva deciso di vietare l’utilizzo di cotone proveniente dall’Uzbekistan in ognuna delle proprie filiere produttive, evitando in questo modo di attingere per l’uso delle materie prime, alla zona del mondo maggiormente sfruttata per quanto riguarda la produzione del cotone. Nel 2009 ha introdotto “A Care Tag for you Planet”, un’iniziativa per educare i consumatori a lavare i vestiti con un minor impatto ambientale, incoraggiando anche a donare i propri jeans una volta utilizzati piuttosto che gettarli. A questa grande iniziativa ha avuto seguito una nuova tecnica chiamata WaterLess, per ridurre l’uso dell’acqua fino al 96% nella produzione dei jeans.

La collezione WastLess è già in vendita nei migliori negozi e sicuramente riscuoterà un grande successo, anche perché negli ultimi anni i consumatori sono molto più attenti a quello che indossano, e sono più sensibili sui temi che riguardano la salvaguardia dell’ambiente, questo grazie anche ai diversi movimenti di attivisti ecologici, che mettono il cittadino di fronte ai gravi danni che subisce il pianeta ogni giorno. E’ grazie anche alla raccolta differenziata, alle campagne di sensibilizzazione sull’ambiente, sul riciclo e sull’ecologia, che la persona è sempre più consapevole delle sua azioni, scoprendo quale può essere il suo piccolo intervento per aiutare il pianeta a non spegnersi.

 

 

 

“Let’s clean up fashion”: l’ultima sfida lanciata da Greenpeace alla moda

Greenpeace è uno dei più grandi movimenti ambientalisti del mondo, che utilizza azioni dirette per denunciare in maniera creativa i problemi ambientali promuovendo soluzioni per un mondo più verde e di pace. Cosa centra, vi chiederete voi, un’organizzazione che tutela l’ambiente con la moda? Il binomio sarebbe perfetto se l’obiettivo fosse una moda più sostenibile e rispettosa del pianeta, ed è proprio a queste “azioni creative” che ci si riferisce oggi, quando si parla di “Fashion Duel”, la nuova campagna ambientalista che Greenpeace sta portando avanti sfidando la moda ad una produzione meno dannosa nei confronti del nostro ecosistema.

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La settimana della moda a Milano si è infatti aperta quest’anno con un’insolita e stravagante sfilata verticale sui muri del Castello Sforzesco ad opera degli attivisti di Greenpeace, che un’ora prima dell’apertura della fashion week hanno fatto irruzione nello storico palazzo salendo su una torre dalla quale hanno srotolato uno striscione su cui era raffigurato il guanto di sfida lanciato dalla loro campagna ambientalista Fashion Duel al mondo della moda. Campagna che nasce con l’unico obiettivo di ripulire la moda per assicurare ad ogni consumatore prodotti non contaminati da fenomeni di deforestazione e avvelenamento acquifero. Dal curioso green carpet una modella-climber ha effettuato una sfilata verticale rivoluzionando e capovolgendo il concetto di sfilata. Una passerella che sarebbe una sfida per chiunque, e sfidare la moda nella giornata inaugurale delle sfilate milanesi è stato un modo per attirare l’attenzione delle maison sui problemi del pianeta e gridare allo stesso fashion system che la Terra ha bisogno di essere salvata da un veleno prodotto dalle stesse case di moda, che realizzano capi senza nessun riguardo dell’ecosistema, da cui provengono le materie prime utilizzate. Con questa azione, come sostiene Chiara Campione, responsabile della campagna di Greenpeace, è stata rilanciata la sfida alle 15 maison d’Alta Moda presenti nella classifica TheFashionDuel alle quali si chiede di impegnarsi nell’unica vera tendenza che rispetta il pianeta, ossia una moda non contaminata dalla deforestazione e da sostanze tossiche.

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Il questionario sottoposto a questi brand riguarda il loro rapporto con i processi produttivi, e le domande si concentrano sulle politiche per gli acquisti del pellame, dato che in quei luoghi l’industria del bestiame occupa il 62% delle aree deforestate, contribuendo al cambiamento climatico e causando effetti negativi sulle popolazioni indigene. Si cerca di scoprire dunque se la pelle usata dalle griffe proviene da questi allevamenti, che impoveriscono di verde l’Amazzonia. Altro punto fondamentale di indagine sono le politiche per gli acquisti della carta. Greenpeace lotta da tempo su questo versante, contro il disboscamento della foresta Indonesiana, causata anche dai comportamenti irresponsabili dei fornitori delle maggiori multinazionali. Sul fronte del fashion, parte delle confezioni utilizzate per il packaging è ricavato dalla distruzione di queste zone verdi, abbattendo così l’habitat naturale di molte specie animali, sopratutto quello della tigre di Sumatra. L’organizzazione ambientale cerca per cui di svelare, collaborazione permettendo da parte delle maison, se la carta usata per i packaging di lusso è prodotta da multinazionali come quelle, che proprio lì in Indonesia, distruggono intere foreste pluviali. Per quanto riguarda invece la produzione tessile l’indagine verte sul controllo delle sostanze tossiche utilizzate nelle filiere produttive, che possono compromettere le risorse idriche globali, e che sono quindi causa di un triplice inquinamento, sia per gli uomini, che lavorano nelle fabbriche dove vengono usate per trattare i capi d’abbigliamento, sia perché contaminano le falde acquifere dei paesi in cui la filiera produce, sia pure perché vengono rilasciate nell’acqua di lavaggio una volta comprato l’abito rendendo tutte le acque dei territori inquinate, e i cittadini quasi colpevoli per averlo acquistato. Greenpeace ha perciò richiesto ai maggiori brand di aderire alla campagna “detox your future”: alcune case d’Alta Moda hanno accettato la sfida, altre no.

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In questa classifica le maggiori griffe sono state valutate in base alla trasparenza delle filiere produttive, delle politiche ambientali messe in atto, e per la loro disponibilità ad un impegno serio per dire basta all’inquinamento ambientale. L’unico marchio ad impegnarsi per raggiungere gli obiettivi Deforestazione Zero e Scarichi Zero nella propria produzione è Valentino Fashion Group, che ha dimostrato trasparenza di produzione e disponibilità ad un impegno più serio e costante sui temi ambientali sposando la causa “no alla deforestazione e all’inquinamento del pianeta”. Altri brand come Ferragamo, Armani, Luis Vuitton, Dior, Gucci, Ermenegildo Zegna e Versace hanno dimostrato trasparenza nei confronti della politica sociale e ambientale, ma il loro impegno è ancora parziale per il raggiungimento totale degli obiettivi prefissati dall’organizzazione ambientalista. Altre aziende invece, nonostante le ripetute richieste da parte di Greenpeace si sono rifiutate di fornire le informazioni necessarie per un’accurata valutazione dei loro metodi produttivi. Durante la fashion week milanese maison come Prada, Dolce & Gabbana, Trussardi, Roberto Cavalli, Alberta Ferretti, hanno svelato le tendenze della moda per la prossima stagione, ma secondo Greenpeace continuano ancora a nascondere cosa c’è dietro agli abiti, che sfilano in passerella nonostante la continua richiesta da parte degli attivisti di far luce sui propri sistemi produttivi, mettendo al corrente i propri clienti su cosa fanno queste grandi griffe per evitare fenomeni come il disboscamento in Amazzonia e Indonesia, e la contaminazione delle risorse idriche globali. Se queste aziende detengono il potere di dettare le tendenze in tutto il mondo devono anche capire, secondo gli attivisti, che per la prossima stagione l’unico mood glamour deve essere quello di una moda senza distruzione.

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Altre manifestazioni di protesta nel quadrilatero della moda di Milano sono state i “clean graffiti”, che hanno invaso le vie dello shopping, una tecnica per creare immagini e messaggi temporanei sui marciapiedi rimuovendone lo sporco sulla superficie. Un nuovo modo per lasciare un messaggio alle case di moda chiedendo loro di adottare politiche di acquisto della pelle e della carta per il packaging a Deforestazione Zero eliminando le sostanza tossiche attraverso un concreto impegno a Scarichi Zero lungo la propria filiera. Al terzo giorno della fashion week il capoluogo per eccellenza della moda si sveglia con un’altra sorpresa. La scultura di Maurizio Cattelan, nota come “Il Dito” è stata ricoperta da un guanto verde, il simbolo della campagna The Fashion Duel, che è così arrivato fino a Piazza Affari. Alla base della scultura gli attivisti hanno esposto uno striscione con su scritto “La moda vende sogni, ma così è un incubo per il pianeta”.  

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I guanti verdi di Greenpeace hanno così sfidato il mondo dell’Alta Moda in ben 24 città italiane tra cui appunto Milano, Firenze, Roma e Palermo. Non solo in territorio nazionale, ma il guanto per ripulire la moda è giunto anche oltre oceano durante la New York Fashion Week, dove è stata inviata una squadra speciale di ambientalisti, che armati di guanti, spugne e slogan hanno presenziato davanti le boutique delle più importanti maison di moda per protestare contro la loro indifferenza ai problemi del pianeta. Dopo New York e Milano, Greenpeace arriva anche nella Ville Lumiére impegnata con le sfilate parigine per inaugurare le collezioni per la stagione autunno-inverno 2013-2014. Ai Jardin des Tuileries gli attivisti con tanto di guanto verde indosso, si sono esibiti in una speciale passerella proprio di fronte al luogo in cui si svolge la Fashion Week di Parigi e successivamente non contenti del risultato sono entrati in azione nelle vie cult della moda francese, avenue Montaigne e George V, dove hanno recapitato nuovamente alle boutique di Chanel ed Hermés, simboli dello chic made in France, ma capitolate agli ultimi posti della classifica di Greenpeace per non essersi rese disponibili al dialogo e irresponsabili nei confronti dei consumatori, l’invito ad una moda più verde e in equilibrio con il pianeta e ad impegnarsi sulla strada della sostenibilità ambientale. Dopo le iniziative prese durante le diverse fashion week sparse per il globo, i volontari dell’associazione non si arrendono all’indifferenza o al mutismo, ma passano di nuovo all’attacco distribuendo i guanti della sfida direttamente ai negozi più “incriminati” quali Prada, Dolce & Gabbana, Trussardi per rinnovare la proposta di schierarsi a favore dell’ambiente.

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The green glove challenge è diventato l’accessorio più cool del momento e già più di 25mila persone hanno aderito allo slogan “Let’s clean up fashion” firmando la petizione di Greenpeace al sito Thefashionduel.com. La campagna è stata aiutata molto anche dal video, virale e provocatorio, lanciato per la protesta. Testimonial d’eccezione è Valeria Golino, scelta per il suo carisma magnetico e potente, in grado di interpretare Madre Natura, che si ribella e si ripulisce dai mali che affliggono il pianeta. I consumatori sposano a pieno titolo la causa di una moda più eco-sostenibile nel rispetto della terra in cui si vive. Sì a una moda bella e di qualità, ma che non lasci sul suo strascico distruzione e inquinamento. La richiesta alle aziende è quindi quella di adottare politiche di acquisto e produzione non nocive, ergo a impatto zero, creando pure prodotti esclusivi, ma solo se questi rispettano il nostro Pianeta. La Camera Nazionale della Moda Italiana, che ha tra i propri associati diversi brand interpellati da Greenpeace, ha diffuso un comunicato a tal proposito ricordando, che aveva già avviato un’azione di sensibilizzazione sul tema dell’eco-sostenibilità, che ha dato vita alla realizzazione del Manifesto della Sostenibilità per la Moda Italiana presentato pubblicamente nel Giugno 2012. Pertanto la moda è bella e di tendenza solo se non costa nulla al patrimonio verde, che c’è in natura.

Valeria Golino sfida la moda con Greenpeace

Progetto ZDHC: la moda grida stop alle emissioni nocive

Quando indossare la moda può diventare un serio attentato alla salute della persona allora significa che è giunto il momento di passare dai teorici slogan di protesta all’azione effettiva dei fatti.

E’ grazie a questo principio-guida che alcuni tra i più popolari brand internazionali del fashion come A&C, Nike, Adidas, Puma, H&M, Lining, Levi Strauss e G-Star Raw prendono una netta posizione e si schierano nel rivoluzionario programma etico ZDHC, ovvero “Zero Discharge of Hazardous Chemicals, lanciando una sfida che stavolta promette una tanto ambiziosa quanto concreta ristrutturazione del sistema produttivo delle loro fabbriche.

Che significa dire definitivamente stop all’emissione di sostanze nocive lungo tutta la catena di produzione – fornitori compresi – provando a raggiungere il difficile ma forse non impossibile traguardo finale delle “0 emissioni entro il 31 Dicembre 2020”, data conclusiva della “deadline”.

uno dei capi firmati Adidas sotto accusa

In realtà questo lungimirante progetto prende vita nel 2011 grazie a due “scomode” inchieste condotte e approfondite da Greenpeace dal titolo indicativo “Dirty Laundry First and Second Part”, letteralmente “Panni Sporchi”, dalle quali a luglio scaturisce la campagna “Detox”.

Dai primi allarmanti risultati emerge la dannosità degli scarichi dell’industria tessile in Cina che minacciano la sicurezza delle acque dei suoi fiumi.

Dal secondo rapporto, invece, si evidenzia un serio rischio nei confronti della salute dell’uomo dovuto al rilascio di sostanze tossiche da parte di ben 58 articoli tra capi d’abbigliamento e calzature dei marchi sotto accusa: vi figurano le iconiche tute in acetato del noto brand tedesco con le 3 strisce (Adidas n.d.r.), ma anche pantaloni sportivi di tuta, giacche e t-shirt e in più indumenti intimi e scarpe di tela, acquistati in 18 diverse nazioni del mondo tra cui l’Italia.

Le sostanze incriminate sono ritenute tra le più pericolose per la salute: i famigerati nonifenoli etossilati (Npe), composti chimici che una volta rilasciati nell’ambiente si rivelano potenziali e seri attentatori al sistema ormonale umano.

giovani attivisti della campagna di Greenpeace “Detox”

I nonifenoli infatti, come nel 2011 denuncia l’attivista cinese Li Yifang presentando i risultati delle indagini svolte in una conferenza stampa, sono usati come detergenti nell’industria tessile e “rappresentano, anche a bassi livelli, non solo una grave minaccia per l’ambiente”, ma anche e soprattutto per la salute umana, poiché “in grado di alterare lo sviluppo sessuale e arrivare addirittura ad avere effetti negativi sull’intero apparato riproduttivo”.

graffito che inneggia alla campagna “Detox”

Fatto sta che il programma di “risanamento” sottoscritto da questi famosi brands li impegnerà sia formalmente da un punto di vista legale che empiricamente.

Essi infatti sono vincolati a tutti gli aspetti singoli previsti dal piano ZDHC e condividono le politiche di gestione e le procedure del progetto, il cui fulcro è la presenza di organismi strutturali interni, ossia i Membri Aderenti (Signatory Members), i probabili nuovi Membri aderenti, (On Boarding Members), i Membri Associati (Associate Members) e la presenza di un Manager progettuale ( ZDHC Project Manager).

E soprattutto la condivisione dei costi del progetto, tramite lo stanziamento di un budget di base.

Inoltre, parte intergrante del sistema saranno i cosiddetti “Project Teams”, che avranno una funzione tecnico-operativa primaria di verifica e monitoraggio di tutte le fasi del programma e dei singoli progressi da esso compiuti.

In più, le iscrizioni al progetto sono ancora aperte e dunque si spera vivamente nel coinvolgimento di numerose altre aziende.

Per i marchi finora coinvolti nell’iniziativa sono previsti notevoli vantaggi sia sul piano privato che su quello pubblico: acquisizione di nuove competenze tecnico-scientifiche, benefici per quanto riguarda il settore finanziario grazie all’acquisizione di nuove fasce di clientela e della divulgazione di una nuova “brand-awarenessecocompatibile e quindi della rinnovata consapevolezza di raggiungere un obiettivo tanto ambito quanto urgente.

Saranno questi i presupposti dell’alba di una nuova moda davvero responsabile e finalmente rispettosa dei valori etici umani e dei ritmi bioecologici del nostro pianeta? Naturalmente, sì.

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