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Burberry goes green: sarà toxic free entro il 2020

titlepic_story_fullL’educazione a una coscienza green e al rispetto e alla salvaguardia dell’ambiente passa anche e soprattutto attraverso l’esempio. Per questo, la scelta di Burberry, brand britannico del lusso, di eliminare le sostanze chimiche pericolose dai suoi prodotti è emblematica del percorso intrapreso dall’azienda di moda e del periodo che stiamo vivendo, in cui è importante dare segnali forti ai consumatori e ai propri fan.

Un impegno serio, preso con Greenpeace, ma soprattutto dopo due settimane di pressione sui social media da parte dei consumatori. Ora Burberry si è pubblicamente impegnata ad eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose, prima dall’abbigliamento e poi dal resto dei propri prodotti, entro il primo gennaio 2020. Ma già a tra qualche mese l’azienda inizierà a rendere note le informazioni sulle sostanze chimiche contenute negli scarichi in acqua dei suoi fornitori nel mondo ed entro il primo luglio 2016 eliminerà tutti composti perflorurati e polifluorurati dalla sua filiera, sostanze usate per impermeabilizzare i tessuti.

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Una mossa giusta e consapevole, sulla scia dell‘esempio dato da Valentino già un anno fa, che non può fare altro che aumentare la reputazione di questo marchio.

“L’impegno di Burberry dovrebbe dare la sveglia a tutti marchi dell’alta moda – commenta provocatoriamente Chiara Campione, responsabile del progetto “The Fashion Duel” di Greenpeace Italia – Con la Settimana della Moda di Milano ormai alle porte ci chiediamo cosa aspettano marchi come Gucci, Versace e Louis Vuitton a passare dalla parte di coloro che stanno lavorando per garantire a noi e ai nostri figli un futuro libero da sostanze tossiche”.

It@rt e WWF: insieme per salvare l’Amazzonia

itart wwf 2Il connubio tra arte e moda è ormai un must, ma -è chiaro- se la contaminazione tra talenti è proiettata a fini etici ed ecosostenibili la curiosità e l’interesse non possono che crescere a dismisura.

Ed è proprio questo l’obiettivo della nuova partnership tra It@rt, progetto toscano fondato da Daniele Querci, e il WWF: salvaguardare l’Amazzonia grazie alla creatività. Nasce così una capsule collection di t-shirt 100% cotone che diventano tela per artisti, grazie a tecniche specifiche e inchiostri non tossici. Parte del ricavato andrà a finanziare il Progetto Amazzonia, promosso dal WWF per proteggere quello che è uno dei più importanti tesori naturali al mondo, ma anche col più alto tasso di deforestazione. L’invito a partecipare è stato rivolto (e ampiamente accettato) a numerosi artisti contemporanei e tra questi spicca il nome di Emilio Isgrò, padre delle Cancellature e di modi innovativi di intendere il rapporto tra parola e immagine.

Il marchio It@rt nasce in occasione del centesimo anniversario del capo basic per eccellenza: era il 1913, infatti, quando la Marina Militare americana scelse la t-shirt come pezzo importante per la propria uniforme. Oggi, dopo aver subito interpretazioni, usi e trasformazioni di varia natura, la classica maglietta in cotone torna alla ribalta e raggiunge livelli ai limiti del lusso. Daniele Querci, infatti, ci tiene a precisare che la t-shirt “pur essendo un capo di abbigliamento, non segue le leggi della moda, ma quelle dell’arte. Ciò significa che le nostre opere/t-shirt non conosceranno mai svendite stagionali, ma anzi il loro valore, grazie al collezionismo, nel tempo può soltanto crescere.” E se tutto questo salvaguarda anche l’ambiente, il progetto non può che apparire di assoluto successo.

The Detox Catwalk: la nuova piattaforma online di Greenpeace

greenpeacePrevenire, diffondere, eliminare. Sono questi i tre principi su cui si basa l’iniziativa promossa da Greenpeace nei confronti del mondo della moda, messo sotto torchio dal gruppo di ambientalisti ormai da molto tempo. The Detox Catwalk, la sfilata detox, è il nome della nuova piattaforma interattiva online che giudica ventiquattro marchi del fashion system in base al proprio comportamento green e al rispetto delle tre regole fondamentali.

Il podio è occupato da alcune aziende leader nel greenwashing, le quali hanno dimostrato piena disponibilità a cambiare le politiche inquinanti per difendere l’ambiente e rispettare il consumatore. Tra queste spicca Valentino, che non soltanto si è impegnata nell’eliminazione di sostanze tossiche nei tessuti e nei processi di produzione, ma ha dimostrato grande interesse anche nel progetto Deforestazione Zero, che difende le foreste dallo sfruttamento barbaro per la realizzazione di prodotti e packaging. Per questo grande impegno, il marchio Valentino emerge anche nella classifica di Greenpeace #thefashionduel.

Molto importante anche il ruolo svolto da Benetton, brand attento ai processi di produzione con misure di controllo dagli standard sempre più elevati, e Levi Strauss, H&M e Mango, che hanno scelto di eliminare le sostanze pericolose e di intraprendere una politica di trasparenza nei confronti del consumatore.

Se però sono tanti i marchi dall’atteggiamento ineccepibile, c’è ancora qualcuno che sceglie di non partecipare o di non essere troppo coinvolto come Armani e Only the brave. A detta di Chiara Campione, project leader del progetto #thefashionduel, infatti Armani “non sta affrontando il problema dell’eliminazione delle sostanze tossiche con la dovuta serietà” e Only the brave “continua a rifiutarsi di agire coraggiosamente per ripulire i propri prodotti da sostanze”.

Poi ci sono marchi come Adidas e Nike che invece hanno scelto di prendere accordi solo sulla carta e non rispettarli concretamente.

L’attenzione di Greenpeace è rivolta al mondo della moda e a determinati brand da oltre due anni ormai, ma non tutte le aziende hanno scelto di abbandonare le vecchie politiche inquinanti. Chiara Campioni parla di una moda pulita come “l’unica direzione possibile”, nonostante ancora ci sia chi cerchi di sfuggire ed evitare la sola strada che possa salvaguardare uomo e ambiente.

La moda si fa ecologica al Copenhagen Fashion Summit

La sostenibilità sposa il glamour al Copenhagen Fashion Summit. Non solo New York, Londra, Milano e Parigi, ma anche la Danimarca diventa il crocevia della moda, quella eco-sostenibile. L’incontro, tenutosi lo scorso 3 maggio al Copenaghen Opera House, è stato organizzato da NICE (Nordic Initiative, Clean and Ethical) l’associazione nata 3 anni fa e che riunisce le Camere Nazionali della Moda di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia e Svezia. NICE è un progetto dei paesi nordici con lo scopo principale di sensibilizzare l’opinione pubblica e far diventare i metodi di business più responsabili. Questo è un impegno, che le industrie della moda nordica, si assumono con il ruolo di guida sulle questioni sociali e ambientali. Una ricerca che punta a studiare la percezione del consumatore per convincere i governi a incentivare la produzione, l’acquisto, l’uso e lo smaltimento sostenibile dei capi d’abbigliamento.

Esposizione del tessile ecologico e prodotti realizzati con materiale riciclato

Copenhagen Fashion Summit 2012 è il vertice più grande e importante del mondo sul consumo sostenibile e responsabile delle imprese nel settore della moda. L’industria del fashion, che rappresenta la seconda voce attiva dopo il turismo nel PIL italiano, è anche una delle più inquinanti, e l’impatto sul nostro pianeta ha raggiunto il massimo. Questo richiede un intervento immediato per creare nuovi modelli di commercio validi per affrontare le crescenti sfide ambientali che affliggono il nostro paese e le nostre società.

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Il Nordic Fashion Associated, nato nel 2008 dall’impegno congiunto delle 5 organizzazioni nordiche del fashion quali il Danish Fashion Insitute, Helsinki Design Week, Icelandic Fashion Council, Oslo Fashion Week e lo Swedish Fashion Council, ha l’obiettivo, grazie alla sinergia di quest’ultime, di attuare i principi per una produzione tessile a impatto zero in tutto il mondo. Questo progetto, che è in linea con i valori e l’immagine del territorio nordico, si è cercato di condividerlo con gli altri paesi, attraverso il dibattito con i maggiori operatori del settore moda nei panel discussion.

I 5 paesi sono noti a livello mondiale sia per il loro modo di produrre eticamente corretto, sia per la loro politica di clean and ethical, che li contraddistingue, e il loro esempio potrebbe effettivamente fare la differenza e influenzare positivamente la produzione mondiale della moda.

Sotto il patrocinio della Principessa Mary di Danimarca il Fashion Summit è stato ancora una volta un grande successo, continuando a farsi largo nell’arte couturière naturale. Ha riunito oltre 1043 attori principali del settore, dai maggiori designer internazionali alle aziende di moda ed esperti provenienti dai 27 paesi, che con una vasta gamma di keynote – da Gucci a Greenpeace – è riuscito a definire anche per questo anno, l’agenda internazionale sulla sostenibilità della moda cercando di individuare nuove opportunità e lungimiranti soluzioni per combattere i problemi del nostro ecosistema.

Eco-Runway

Tra gli speakers dei keynote speeches troviamo Rossella Ravagli, direttore responsabilità sociale e ambientale di Gucci; la Principessa Mary di Danimarca, patrona dell’evento e di numerose organizzazioni nel campo della moda, cultura e sport; Holly Dublin di PPR Group, holding internazionale che vanta marchi come Gucci, Bottega Veneta, Balenciaga, Stella Mc Cartney e Alexander Mc Queen; Helena Helmersson di H&M; Kirsten Brodre di Greenpeace International, si occupa della campagna Detox lanciata nel 2011, che espone il legame diretto tra marchi di abbigliamento a livello mondiale, i loro fornitori e la tossicità delle acque in tutto il mondo. L’iniziativa proposta a livello mondiale è quella di eliminare tutte le sostanze chimiche pericolose dal processo di produzione tessile dei prodotti. Galahad Clark, CEO di Terra Plana, con il lancio delle calzature Vivobarefoot nel 2004, è diventato pioniere della scarpa minimalista, realizzata con tecniche di produzione eco-friendly in fabbriche che utilizzano solo materiali riciclati, e quindi rispettosi dell’ambiente. Il suo obiettivo per un eco-design è quello di minimizzare gli sprechi ed eliminare le tossine. Anne Prahl di WSGN, è consulente di design con una carriera nella moda sportiva: Puma, Nike, Speedo. Giordano Capuano di Vivienne Westwood e Michael Schragger della Sustainable Fashion Academy.

Importante ruolo da protagonista negli interventi è stato quello ricoperto dagli esponenti e addetti ai lavori delle maison H&M, Gucci e Vivienne Westwood, che hanno sottolineato l’importanza di sfruttare al meglio filati e tessuti rispettosi dell’ecosistema, provenienti da materiale riciclato per contribuire alla salvaguardia del pianeta e arricchire così di nuovi tessuti naturali il vocabolario della moda. La partnership del brand italiano C.L.A.S.S. Creativity Lifestyle and Sustainable Synergy, piattaforma internazionale con l’anima a Milano, è stata esemplare nel fornire i tessuti per il concorso Designer Challenge, competizione volta a promuovere e sensibilizzare il settore del tessile con la partecipazione di 18 designer nordici. Scopo del concorso, culminato in una sfilata, è stato quello di realizzare abiti con nuovi materiali ecologici che inquinano in misura minore sul clima rispetto ai prodotti usati tradizionalmente.

Il materiale fornito ai concorrenti è tutto made in Italy, proveniente dalla eco-library di C.L.A.S.S. , che vanta una preziosa esperienza sensoriale fatta di tessuti di diversa provenienza come cotone, madreperla d’allevamento o bottiglie di plastica, raccolti in una vera enciclopedia del tessile. I tessuti sono arrivati direttamente da “Concerie Tre Effe” e “Lanificio Zignone” per la sezione “tessuti naturali e organici”; “Euromaglia” e “Tessitura Virgilio Taiana” per la sezione “riciclo”; “Furpile Idea” e “Meazza Masciardi” per la sezione “rinnovabili e innovative”. Il concorso, secondo la CEO di C.L.A.S.S. Giusy Bettoni, è stata una grande opportunità sia per i designer, che hanno sperimentano nuove creazioni con materiali del tutto tecnologicamente avanzati, sia per il pubblico, in quanto è giunto alla consapevolezza che innovazione e ricerca etica possono complementarsi a vicenda e fondersi con il mondo della moda.

 

I concorrenti hanno portato in scena creazioni eco-glam con una sfilata contest, che metteva in mostra veri capolavori dell’arte tessile con un occhio di riguardo particolare all’ambiente. A questi si sono aggiunti anche gli abiti eco-chic indossati da Livia e Colin Firth nell’ambito del progetto “Green Carpet Challenge”. I premi messi in palio al Copenhagen Fashion Summit sono stati due riconoscimenti che sottolineano l’importanza di una moda a basso impatto ambientale: il White Award che consente al vincitore di partecipare al prossimo summit, e il Newlife Honorable Mention assegnato proprio da Newlife, piattaforma di filatura Miroglio, insieme a cento metri di filato ottenuto dal riciclo di poliestere derivato al 100% da plastica riciclata.

Giusy Bettoni e Livia Firth

Il Summit 2012 si è dato nuovi obiettivi e ambizioni da raggiungere, per un’industria della moda sempre più all’avanguardia e futuristica verso il 2020, continuando ad essere la piattaforma di networking preferita per la ricerca di punta e lo sviluppo delle conoscenze sul rispetto del globo, sulla responsabilità civile dei consumatori e delle imprese sociali nel fashion system. Quello che emerge da questo studio sempre in evoluzione, è che solo il consumatore può spingere la moda a migliorarsi e che le scelte di quest’ultimo devono essere guidate da un movimento culturale che promuova stili di vita alternativi. Come ha sottolineato il direttore del Danish Fashion Institute, Jonas Eder Hansen e la CEO Eva Kruse, “solo le azioni dei consumatori possono generare un cambiamento incisivo nell’industria della moda”. E’ dunque posta in primo piano la sensibilizzazione attraverso la comunicazione, e gli operatori dell’area fashion, individuano nei governi locali e nell’Unione Europea, i primi interlocutori. E tu, are you a nice consumer?

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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