Art, Moda — 13 aprile 2014 at 21:36

Frida Khalo feat Caterina Gatta: quando il vintage è cultura

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Dal 20 marzo a Roma si respira aria di rivoluzione, oltre che di moda primaverile. E’ la rivoluzione messicana di Frida Khalo (1907-1954), la pasionaria, l’artista infiammata dall’ardore del cambiamento per tutta l’esistenza. Le Scuderie del Quirinale ospitano fino al 31 agosto la prima retrospettiva italiana di questa grandissima pittrice, proponendone 160 opere, anche inedite, in cui viene rappresentato il suo percorso di vita, dolore, amore e creatività. E’ stata un simbolo culturale e politico per l’intera America, vessillo della lotta femminista, donna che ha saputo rappresentare con fierezza la propria femminilità, la propria condizione e il proprio Paese, superando in fama il marito Diego Rivera, celebre pittore di murales.

 

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Dai tratti distintivi unici, come le sue opere, dal gusto eccentricamente personale e inimitabile, Frida è sempre stata modello per gli stilisti di ogni epoca, che oggi la omaggiano attraverso collezioni coloratissime, che richiamano i costumi, i disegni e le tonalità che lei indossava e con cui amava farsi ritrarre. Da Dolce&Gabbana ad Alberta Ferretti, passando per Stella Jean, Comme des Garcones e arrivando a Gautier e Moschino, ma forse nessuno ha saputo interpretarla tanto intimamente come la talentuosa e intellettuale stylist Caterina Gatta, che ci ha già presentato la sua collezione autunno-inverno 2013-2014 in stile messicano e che ha visitato la mostra con noi.

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 Perché hai deciso di ispirarti a Frida Khalo per la tua collezione?

Non è stata pianificata. Lei è sempre stata una delle mie icone, a prescindere dalla moda. Il mio lavoro, basato sulla ricerca vintage, nasce da quello che ho sotto mano. Ho trovato delle stampe floreali di ispirazione folk e allora ho pensato al genere folk messicano. Si è trattato di 3 o 4 tessuti, 14 stampe, che sono tantissime, e circa 10 metri di tessuto. Le ho trovate a Roma, Firenze e Torino, in un negozio famosissimo che ha un “archivio” di tessuti di grandi stilisti: li ho recuperati da quelli folk in patchwork di Versace. Da lì ho iniziato a lavorare ispirandomi a Frida, giocando con i  volumi attraverso la seta e il poliestere per creare effetti diversi con pesi diversi. Come l’abito corto in tinta unita: è pesantissimo e in poliestere.

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Perché Frida è un’icona anche per il mondo del fashion?

Perché Frida ha sicuramente apportato moltissimo, come donna, grazie al suo styling pazzesco. Era teatrale nei vestiti, nelle acconciature, nei tratti distintivi. Ci sono tante icone che il mondo della moda riprende ciclicamente, ogni 3 o 4 anni, rifacendosi agli stili che vanno dagli anni Venti fino ai Settanta e Ottanta, ma lei resta unica. Quando si pensa al gipsy floreale si pensa a lei.

 

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Sembra che all’interno della tua collezione sia presente anche la rappresentazione della sofferenza che la Khalo esprimeva in modo esplicito nelle proprie opere.

Se penso a Frida penso anche al dolore: il suo dolore te lo porti dentro. C’è un tocco di malinconia che traspare sempre. Negli abiti c’è una parte drammatica: dal punto di vista tecnico il plissettato, così rigido e pieno di impunture, riporta alla teatralità. E ho voluto trasparisse anche scegliendo come modella una donna “reale”, che non fa la modella di professione. L’ho scoperta vedendola in foto e l’ho trovata perfetta a livello di mood, di personalità e di aspetto, tanto che ha anche le sopracciglia come lei ed è sudamericana. Ha quello che le modelle non hanno.

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La tua collezione ispirata alla Khalo cosa vuol maggiormente trasmettere?

L’aspetto culturale. Attraverso l’utilizzo di tessuti degli anni ’80 e ’90 di stilisti famosi ho recuperato parte della storia del costume e inoltre c’è il rispetto e il recupero delle stoffe attraverso il riciclo. Infine in ogni mia collezione desidero ci sia sempre qualcosa che abbia valore nel tempo. Non sono collezioni per le fashion victim, per chi compra solo quello che va di moda al momento; sono collezioni per donne che si vestono per se stesse, per avere uno stile proprio e per piacersi, non per piacere.

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Quali opere ti hanno colpito maggiormente?

Il mio preferito è l’Autoritratto come Tehuana (o Diego nei miei pensieri), perché mi piace quello scialle con tutto il pizzo intorno, ma soprattutto perché è l’opera più poetica, più rappresentativa dell’amore, con il marito sempre in testa, come un pensiero fisso. Sono stupendi anche i ritratti di inizio carriera, come Autoritratto del 1926, con il vestito blu e il mare dietro: è di assoluta eleganza.

 

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Le opere che più mi sono rimaste impresse sono quelle con gli animali, le nature morte e soprattutto quelle in cui rappresenta il suo dolore: costretta a letto e con la morte che incombe su di lei, oppure sdraiata e circondata da radici e foglie: fanno pensare al ciclo della vita.

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