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Vita da cani

Molto probabilmente sulla porta  del salone di bellezza ci sarà il solito cartello “io qui non posso entrare”,ma invece della foto triste del cane, ci sarà quella del padrone, perchè il salone in questione è tutto per loro.

Il più esclusivo  si chiama Fetch club, a New York, nel Financial District di Manhattan, 13000 mq che includono una piscina coperta, delle sale massaggi, una sauna a infrarossi, una macchina spara bolle, cromoterapia, sale relax, palestre e anche una discoteca.

Quota di iscrizione, perchè solo i soci possono godere dei prestigiosi servizi del club, 300 dollari, ma attenzione niente “all inclusive” ogni servizio viene pagato a parte, snack, sushi, servito su tappetini per massaggi e musica.

Peter Balestrieri che con la sua fidanzata Janna Lee ha aperto all’inizio di questo mese questo Club esclusivo spiega: “Siamo qui per prenderci cura delle necessità mentali, fisiche e spirituali dei cani di New York.A seconda delle esigenze del proprietario possiamo far fare del moto ai cani su uno dei nostri due tapis roulant fitness, dove la bestiola si può esercitare mentre guarda un video su uno schermo al plasma sugli scoiattoli o cani mentre giocano,sul prato coperto, i nostri sei tecnici certificati, veglianno sui nostri ospiti per un massimo di 90 cani, mentre sul nostro schermo vengono proiettati film di cani famosi come “Lassie” o “Scooby Doo”.E se ancora non basta, per i cani più attivi, c’è la possibilità di fare un tuffo nella nostra piscina benessere, che vienecompletata con la cascata, una spa, una palestra, una sala massaggi con pavimento in bambù.Stiamo cercando di aiutare i cani che sono rinchiusi tutto il giorno in grattacieli e condomini e potenziare la loro vitalità non ancora espressaSe il proprietario è in ritardo, non c’è di cui preoccuparsi, una zona è riservata per i cagnolini in attesa e siccome abbiamo una sala da ballo con i più grandi successi da discoteca dagli anni ’70 ai giorni nostri, le bestiole fortunate nell’attesa, possono incontrare l’anima gemella e quindi usare la nostra suite penthouse.All’entrata del club c’è anche una boutique che offre attrezzature turistiche frilly, guinzagli decorati con teschi e ossa incrociate, Colonia per cani al profumo di mirtillo o burro di arachidi.Tutti i cani devono passare un esame, una sorta di intervista, per conoscere il loro temperamento prima di entrare nel club, ma per ora lo hano passato tutti”.

Ma la moda delle Spa per amici a 4 zampe non è solo americana, Dom Ruowen aperto il suo salone per gli animali domestici nel centro di Pechino a maggio e da allora la sua clientela continua ad espandersi,  qui  nesuna quota fissa “solo” costo, di acquisto di carte servizi pre-pagate, ma attenzione il singolo trattamento può essere più alto di $ 1.000.

E l’Italia?

Certo non è rimasta a guardare alle porte di Roma ecco  “La vecchio Fattoria“, beauty farm per cani.A loro disposizione nientemeno che vere e proprie palestre e piscine  per tenerli in forma, ma anche parrucchieri, manicure e pedicure; per non parlare poi delle lezioni di Yoga e delle sedute dallo psicoanalista veterinario. La struttura prevede 28 box spaziosi, confortevoli, vere  e proprie ” suite “: una parte del box, dove si trova la cuccia,  è chiuso riscaldato d’inverno e climatizzato d’estate e l’altra parte del box è un giardinetto coperto dove possono uscire anche di notte.

E c’è chi la chiama ancora vita da cani.

By:: Sandra Scarpettini

Food design, la nuova frontiera del gusto

L’appetito vien mangiando o vien guardando? È vero che il buon profumino che aleggia sotto i nostri nasi ci fa venire l’acquolina in bocca, ma un piatto bello a vedersi ci invoglia ancora di più. È la scienza dell’estetica applicata alla tavola, vecchia quanto l’arte culinaria. Oggi, nella società del consumismo veloce, dove la vendibilità del prodotto è tutto, l’estetica assume un ruolo di primo piano. Anche a tavola. Nasce così il food design.

Come suggerisce la denominazione, si tratta di una vera e propria “progettazione del cibo”, nata e sviluppatasi in anni recenti come disciplina internazionale. In Italia ha avuto ampia risonanza grazie alla mostra “Dining Design” organizzata nel 2004 presso il Salone Internazionale del Mobile di Milano. Tra i nomi di chi sta investendo molto in questa nuova disciplina troviamo quelli di celebri stilisti, designer, aziende, importanti università e ricercatori.

Il food design trae spunto dalle arti visive, ma esplora inevitabilmente il campo del polisensoriale. Non basta che il prodotto sia esteticamente accattivante. La progettazione parte dall’ambiente, dalla “messa in scena”, passa per il package e il product design, per arrivare infine al contenuto del piatto. Lo scopo è unico e semplice: creare un’emozione nell’interlocutore. Lo sanno bene i tanti chef che, intuendo le potenzialità del food design, si sono subito lanciati a capofitto nel progetto, dando un apporto non indifferente alla ricerca e all’industria.

L’interesse è vivo, lo dimostrano i tanti corsi e i seminari organizzati presso i Politecnici di Torino e Milano. Senza contare le iniziative culturalisempre più frequenti e le pubblicazioni di riviste di settore. Certamente, la divulgazione delle tecniche favorirà non soltanto lo sviluppo della disciplina in quanto tale, ma determinerà probabilmente una maggiore coesione tra designer, chef e industria. Non va poi trascurato il ruolo chiave della pubblicità, che arricchisce l’immagine del prodotto già pronto con visioni e suoni accattivanti. Insomma, quello che arriva sulle nostre tavole è il frutto di una vera e propria ricerca scientifica. È il risultato di un lavoro di squadra che punta alla realizzazione di un prodotto a cui non si può resistere.

In anni recenti il food design ha fatto la fortuna di prodotti che altrimenti sarebbero rimasti confinati nel calderone dell’anonimato. Dare una particolare forma al cioccolato, per renderlo più croccante e leggero, più facile da spezzare, più “scioglievole”, come recita un noto spot, può essere determinante per la buona riuscita dell’operazione commerciale. Perché la giusta forma cattura il gusto, lo distribuisce sapientemente e lo armonizza con le pareti del nostro palato, per regalarci nuove sensazioni. Pasta docet. C’è un tipo di pasta per ogni salsa, ma c’è anche una forma per ogni bocca. Una patatina dalla sagoma ergonomica, adagiandosi con naturalezza sul palato, veicolerà le particelle che generano il sapore direttamente verso le papille gustative, provocando uno stimolo incessante che ci spingerà a mangiarne un’altra, e un’altra ancora, fino a terminarle. Capita più spesso di quanto pensiamo.

Forma dunque, ma anche colore. Accostamento cromatico, quasi a ricreare una scena. Piatti che evocano l’estate, o l’autunno, sono realizzati con prodotti stagionali sapientemente orchestrati nella forma e nel colore dalle abili mani degli chef. Non è solo cibo, è un momento di piacere irripetibile che coinvolge tutti i sensi, e anche lo spirito.

C’è poi chi ha saputo portare a tavola altre discipline, come Krista Markell, ex direttore di un marchio di arredamento, designer che ha fatto una scelta rischiosa ma vincente: coniugare pattern grafici e industria dolciaria. Sono nate così spettacolari torte dalle forme geometriche, dai colori pastello contrastanti audacemente accostati, e decorate con glasse satinate e ricami di pasta di mandorle.

Come dire, dulcis in fundo.

Vero o falso: il ‘Made in Italy’ sul smartphone

Garantire la tracciabilità dei prodotti Made in Italy e certificare la provenienza di ciascun bene. E’ questa l’innovativa idea pensata da Assistgroup, gruppo di Reggio Emilia operante nel settore del marketing e della comunicazione. Quest’impresa è impegnata da diverso tempo a fianco del ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali nella tutela e nella salvaguardia dei nostri marchi nel mondo.

Per ogni prodotto originale italiano, ne esistono infatti tre contraffatti, definiti ‘italian sounding’: il giro di affari intorno ai veri prodotti è di 20 miliardi di euro, per gli altri invece è di 60 miliardi. Solo negli Stati Uniti, inoltre, il mercato del falso è di 17 miliardi di euro e riguarda circa 30 milioni di persone. In Europa, dove i marchi Dop, Igp e Stg sono registrati, il fenomeno appare limitato, ma non tanto: a un prodotto originale sono collegati due prodotti ‘italian sounding’, per un fatturato stimato di 13 miliardi di euro per quelli originali italiani, e il doppio per quelli ‘tarocchi’.

Per far fronte a questi numeri, l’Assistgroup ha pensato a degli ologrammi da porre sulle confezioni dei beni agro-alimentari e che potranno essere letti con il proprio smartphone. In questo modo, quindi, i consumatori potranno sapere se stanno acquistando un prodotto contraffatto.

La grande novità però, non è ancora sul mercato e non lo sarà ancora per un po’ di tempo: “La nuova tecnologia – ha sottolineato il presidente del gruppo, Gianni Prandi – sarà pronta fra tre anni. Negli ultimi sei mesi, in collaborazione con istituti di ricerca universitari americani, fra i quali il Massachusetts Institute of Technology (Mit), ed aziende informatiche, abbiamo fatto significativi passi in avanti”.

Proprio in quest’ambito, infatti, si inserisce il Fancy Food Show di San Francisco, il più grande evento enogastronomico dell’America, in programma dall’8 al 19 gennaio, in cui verrà presentato il ‘True Italian’: si tratta di un progetto di informazione e sensibilizzazione per contrastare il fenomeno della contraffazione, realizzaato da Assist Group e finanziato da BuonItalia, partner del ministero per le Politiche agricole e alimentari.

L’obiettivo vero e proprio di ‘True Italian’ sarà quello di insegnare a distinguere il vero prodotto da quello falso, riconoscere le proprietà di ciascun bene e individuare i marchi di qualità.

Per quanto riguarda invece il sistema di certificazione tramite ologrammi, chiamato ‘Tdc‘, verrà lanciato dapprima negli Stati Uniti, dove entro i primi mesi del prossimo anno, circa il 76% dei cittadini avrà un telefonino di nuova generazione. Dopo aver sperimentato l’andamento del nuovo strumento, si potrà pensare di applicarlo anche nella moda dove potrebbe risultare veramente utile per un valido sistema di certificazione.

By:: Stefania Zaccaria

Il Giappone e i suoi robot. Una storia iniziata molti secoli fa

Quando i robot sono più umani dell’umanità”, si legge in “Io, Robot”, antologia di racconti di fantascienza pubblicata da Isaac Asimov nel 1950. A distanza di 60 anni queste parole suonano come una profezia. Forse non è lontano il giorno in cui le macchine saranno capaci di provare sentimenti. Igiapponesi, raffinati creatori di robot umanoidi, ne sono certi.

Il fascino che esercitano i congegni meccanici è vecchio quanto il mondo. Fin dai tempi di Dedalo l’uomo sogna a occhi aperti un futuro popolato da congegni astrusi e prodigiosi. Una passione che ha attraversato i secoli, che si è diffusa di paese in paese, di cultura in cultura. Il Giappone medievale, lontano dal mondo “al di là del mare” era arretrato rispetto all’Europa. Ciononostante ha vissuto il suo rapporto con le macchine in modo del tutto peculiare. Una nota favola risalente al XII secolo d.C. racconta di un principe di Kyoto che costruì un automa dalle sembianze di ragazzo, in grado di versare acqua sui campi. Con tale fantastico congegno il principe riuscì a salvare il proprio raccolto da una grave siccità.

Nel ‘600, in epoca Tokugawa, si diffusero in Giappone le “karakuri ningyoh”, bambole meccaniche capaci di compiere azioni per l’epoca sorprendenti. Bambole che servivano il tè agli ospiti o che scagliavano frecce, costruite in legno pregiato dalle abili mani di maestri appartenenti ad antiche dinastie di samurai. Anche in Europa nello stesso periodo impazzava la moda degli automi, ma le creazioni giapponesi erano speciali perché avevano uno scopo diverso. Non solo stupire, ma anche essere utili all’uomo, se non prenderne il posto.

Nel XX secolo il Giappone post-atomico ha visto un’incredibile espansione dell’industria elettronica e dell’automazione. Le “macchine” sono diventate in pochi anni la punta di diamante di un Paese che non ha mai nascosto la propria ambizione. “Ambitious Japan” è scritto sui treni supervelocishinkansen. E quest’ambizione lo ha portato oggi a realizzare incredibili robot dalle fattezze umane.

Non siamo lontani da Tetsuwan Atomu (in Italia “Astroboy”), il robot dalle sembianze di ragazzo che spopolò nel ’63 dando inizio al filone delle serie animate giapponesi per la tv. Era il tema del ragazzo meccanico, caro alla cultura nipponica, che tornava dopo secoli diventando “character” (personaggio) in molti mangaanime di successo. Pensiamo a KyashanHurricane Polymar e tanti altri. Perché il ragazzo meccanico è l’incarnazione del giapponese di oggi, forse di sempre. Un uomo in lotta con se stesso, tra perfezionismo e sentimento.

Da qualche anno la Kokoro Company Ltd (gruppo Sanrio) stupisce il mondo con i suoi Actroids, eredi del piccolo ASIMO della HondaRobot in tutto e per tutto identici agli esseri umani, in grado di riprodurne movimenti ed espressioni facciali. Appaiono ai nostri occhi come splendide ragazze, truccate e vestite alla moda. Ci guardano e ci parlano dei loro hobby, dei loro sogni. E se ci vedono meravigliati, esclamano ridendo: “Davvero pensavate che fossi un essere umano?”.

Il Prof. Hiroshi Ishiguro, scienziato che si occupa di robotica all’Università di Osaka, ha realizzato per Kokoro una copia perfetta di se stesso, battezzandola Geminoid HI-1. In questo modo potrà far lezione ai suoi studenti lontano dalle aule universitarie. Gli basterà collegare dei sensori al volto e al corpo, così da comandare il robot gemello a distanza. In un documentario prodotto da Discovery Atlas, il Prof. Ishiguro esprime chiaramente il suo pensiero al riguardo: “Il problema è: dove si trova l’anima? I giapponesi hanno sempre pensato che l’anima si trovi ovunque e in ogni cosa. Perciò non hanno alcuna difficoltà ad accettare l’idea che anche un robot abbia un’anima. Noi non facciamo troppe distinzioni tra esseri umani e robot”. È il credo dello shintoismo.

Siamo all’alba di una nuova era, dunque. I robot presto diventeranno un’importante risorsa per l’uomo. Lo sono già adesso per molti aspetti. Forse un giorno si ribelleranno e ci combatteranno. Una cosa è certa: vivono in mezzo a noi.

By:: Gennaro Cutillo

Onitsuka Tiger goes to Art Basel

Giovedì 2 dicembre Onitsuka Tiger ™ celebrerà il 2010, anno della Tigre, con un evento speciale durante l’ Art Basel, il festival annuale d’arte internazionale che si svolgerà a Miami Beach dal 2 al 5 dicembre. L’evento sarà caratterizzato da un’installazione artistica di Simone Legno, designer del  lifestyle brand Tokidoki e dall’esposizione della Onitsuka Tiger Tansu legno, la nuova sneaker realizzata in edizione limitata. Colonna sonora della serata il sound di Steve Aoki.

Combinando tre antichi mestieri giapponese: falegnameria, laccatura e ferro battuto, finestre di Tansu sono stati originariamente progettati per essere funzionali e portatile, ma oggi sono meglio conosciuti come oggetti di una bellezza senza tempo. Tansu riflette perfettamente l’arte magistrale ed estetica e l’armonia trovata nella migliore arte giapponese e design.

“Tansu – afferma Shannon Scott, Senior Manager della Onitsuka Tiger – è un affascinante parte della lavorazione del legno, importante tradizione giapponese che abbiamo voluto condividere con il mondo occidentale. Questo autentica creazione personalizzato è un modo assolutamente nuovo di diffondere il “Made in Japan”e continuare a condividere il patrimonio e la  cultura giapponese con i nostri fan durante i festeggiamenti del “Year of the Tiger”.

FUCK!FAKE | Come riconoscere una borsa Louis Vuitton

Alcuni consigli su come riconoscere una borsa Louis Vuitton falsa:

Comprate sempre nei negozi o sul sito web ufficiale: se volete essere sicuri di quello che state comprando, recatevi in uno store Louis Vuitton. Potete trovare sul sito web ufficiale tutti i negozi dislocati sul pianeta. Da circa un anno poi è attiva sul sito la sezione di e-commerce, molto affidabile.

Le borse di Louis Vuitton inoltre sono realizzate con un unico pezzo in canvas. Se avete in mano una borsa con una cucitura che attraversa la parte superiore, è “taroccata”.

La L e la V non sono perfettamente sovrapposte, ma quasi incatenate, la L è leggermente più in basso della V.

I simboli LV sono simmetrici, centrali attorno ai disegni.

I manici e le rifiniture delle borse Louis Vuitton sono in vacchetta naturale. La pelle, quando si acquista una Monogram nuova, sarà quindi di colore  beige chiaro. Col tempo la vera pelle si ossida e scurisce. Se all’acquisto i manici e le rifiniture sono già scuri, è falsa. Come è falsa se col tempo la pelle non scurisce.

Attenzione ai dettagli e alle rifiniture, curate nei minimi particolari dalla maison. I manici e le rifiniture sono in vacchetta naturale beige chiara all’acquisto, ma con i bordi in rosso e le cuciture in giallo.

Il canvas Monogram nasce nel 1896 sull’idea di George Vuitton proprio per evitare che i competitor potessero copiare i bauli di Louis Vuitton: paradossalmente, oggi è proprio il Monogram a essere più copiato. Spesso i contraffattori sono diventati davvero abilissimi nel disegnare il Monogram, mentre a volte si può riconoscere subito che si tratta di un falso.

L’etichetta all’interno delle borse, è in pelle e riporta la scritta incisa Louis Vuitton Paris Made in France. All’interno della fodera c’è sempre un codice di riconoscimento del prodotto .

Le parti metalliche delle borse Louis Vuitton sono in ottone dorato. Toccandole, sono abbastanza pesanti.

Diffidate da borse con prezzi e cartellini attaccati, spesso mostrati dagli imbonitori che vi vogliono rifilare il tarocco come garanzia di originalità. Una borsa originale non è coperta da plastica, nemmeno attorno ai manici e viene venduta dentro a un sacchetto di tela che riporta in nero il nome della maison.

Controllate i dettagli: il marchio LV è dipinto a mano, non stampato. Ed è impresso anche in ciondoli e chiusure.

I fiori e le stelle tipici delle stampa di Louis Vuitton hanno 4 punte, mentre in quelle taroccate spesso sono 5.

I manici non sono incollati tra loro ma cuciti, e la qualità conta, provate a staccare dei manici da una borsa LV è pressochè impossibile, mentre in quella contraffatta è piuttosto facile.

LOUIS VUITTON SPEEDY:

Le misure disponibili della Speedy sono 25-30-35-40 e corrispondono ai cm di larghezza della borsa.

Nella Speedy dimensione 30 il monogramma LV si ripete nel “corpo” della borsa 4 volte per ogni riga –orizzontalmente- per 8 colonne –verticalmente- considerando l’unico pezzo di tela. Ovviamente si vedono 3 righe sul davanti (ogni riga formata da 4 LV), 2 righe nella parte sotto e altre 3 righe nella parte dietro.

All’interno della Speedy 30 si trovano 2 cartellini, semplicemente appoggiati, senza nessun filo, non legati in nessun modo.
Uno è color crema di circa 3×6.5 cm, con scritto da entrambi i lati LOUIS VUITTON a capo piccolo MALLETIER A PARIS in piccolo, incorniciato in un rettangolino e in alto al centro. Sotto il rettangolo, da un lato del biglietto c’è scritto Coated fabric – Cowhide leather trim , dall’altro lato invece la stessa scritta ma in francese: Textile enduit – Garnitures cuir de vachette . Le scritte sono marrone scuro.
L’altro cartellino è più simile ad un’etichetta, ha anche un foro di lato, ma non ha fili di nessun tipo. E’ bianco, misura circa 8,5×4,5 cm. In alto a sinistra c’è scritto SPEEDY 30. Al centro c’è un codice a barre con a sinistra un disegno della borsa. Sopra e sotto il codice a barre c’è il codice alfanumerico che si legge anche sulla ricevuta (ma non è come quello all’interno della borsa!). E’ composto da una M e 5 numeri. Sopra è più grande, sotto invece è piccolo e in mezzo a due asterischi. In basso sulla sinistra c’è scritto MONOGRAM. Dietro è tutto bianco, senza nessuna scritta.

Le parti laterali hanno 2 LV uno accanto all’altro che si ripetono verticalmente per 3 colonne.

I manici in vacchetta naturale devono essere molto corti.  La Speedy, infatti, viene portata al gomito e non sulla spalla.

Le cuciture di colore giallo devono essere perfette e senza errori.

Gli ottoni  devono essere rettangolari, dorati ed opachi.

La linguetta laterale sinistra deve avere scritto:

1° riga: LOUIS VUITTON

2° riga : PARIS

3° riga: made in france

La linguetta laterale destra deve avere il buco per il lucchetto.

Entrambe le linguette devono essere in pelle di vacchetta naturale con un doppio profilo, cioè la pelle sul bordo ha una riga in rilievo.

Cerniera dorata. Zip con pezzo di vacchetta forata per lucchetto.

Lucchetto. Da una parte logo LV. Dall’altra Louis Vuitton made in france.

Tondini sotto i manci dorati con inciso LOUIS VUITTON.

Profili pelle color rosso scuro.

ATTENZIONE! La borsa Speedy è un bauletto e la base è più larga della parte superiore. I due monogrammi più in alto sono qui leggermente tagliati dal bordo. Si tratta di un taglio lieve che riguarda la parte sporgente della V.

PELLAMI:

Tela Monogram: classico LV marrone

Tela Damier Ebene: quadratini neri & marroni

Tela Damier Azur: quadratini bianchi e azzurri

Pelle Epi: pelle rigata con incisione LV sul fondo

Tela Monogram Multicolor: monogramma bianco o nero con simboli colorati

Questi sono solo alcuni dei tanti consigli su come riconoscere una borsa Louis Vuitton falsa.

Chiavette Usb: tra arte e design

Quando la tecnologia si fonde al design, il risultato trova in sè le caratteriste del bello e dell’utile. È questo quanto è avvenuto nell’invenzione delle nuove pennette usb, vere creazioni d’arte che non trascurano il lato dell’utilità. Possono essere impermeabili, anti-shock, ma anche più veloci grazie al nuovo standard usb 3.0. Così i nuovi modelli di pen drive e hard disk si candidano per esse uno dei migliori regali degli ultimi tempi. Sono utili, maneggiali e leggeri, e non scontentano nessuno.

I modelli proposti sono tantissimi. Dalla pen drive ecologica, a quella che resiste alle cadute e all’acqua. E poi c’è quella con l’interaccia Plug&Play, oppure quella eco-compatibile e biodegradabile. Insomma l’arte ora passa anche e soprattutto per l’informatica, e lo fa con le chiavi usb. Queste da quando sono entrate nel commercio hanno cambiato le abitudini di tutti coloro che lavorano con il computer, ma anche di chi usa la tecnologia per svago.

Niente più Cd-R che rischiano di non essere leggibili oppure che posso essere utilizzati una sola volta. Senza pensare che oltre la registrazione dei dati, le chiavette usb fhanno anche altre funzioni. Con questi piccoli marchingegni  ci si posso eseguire numerose applicazioni portabili e volendo anche un intero sistema operativo. Insomma una rivoluzione che ora si è unita al piacere dell’estetica e dell’arte.
I nuovi modelli proposti sul mercato sono tanti. C’è chi ha puntato per esempio più sull’utilità che sul lato estetico. Come il drive Usb 3.0 che offre la stessa semplicità d’uso e le funzioni plug and play delle generazioni precedenti ma con un potenziamento delle prestazioni e della gestione delle informazioni fino a dieci volte in più rispetto al passato. Offre una velocità di lettura di 80Mb/sec e una velocità di scrittura di 60Mb/sec. Per esempio un film di 1 ora e 44 minuti è trasferibile in 1 minuto e 13 secondi, mentre un Dvd di 2 ore 23 minuti  è archiviabile  in 1 minuto e 23 secondi.
Oppure c’è chi ha preferito rendere questi oggetti più attraenti e sicuri. Un esempio, lo è la pennetta di ultima generazione che, oltre ad essere colorata e con una forma molto carina, resiste agli urti e alle cadute, è impermeabile e garantita a vita: questa assicura elevati livelli di protezione dei dati anche in condizioni ambientali molto particolari. Per esempio in presenza di acqua, vibrazioni, colpi o anche shock elettrici.
E ancora: la pen drive in gomma dotate di interfaccia Plug&Play, simpatica, divertente e leggera. Queste hanno una velocità di lettura fino a 480 Mbps e una capacità di 4, 8 e 16 Gb. Oppure la chiavetta Usb eco-compatibile e biodegradabile realizzata in polimero ricavato dalla fermentazione dell’amido di mais che, dopo l’utilizzo, viene sintetizzato dai microorganismi presenti in natura per poi essere trasformato in CO2 e acqua.
Inoltre è dotata di un Led luminoso che si accende durante il collegamento. Insomma ce n’è per tutti i gusti. Noi siamo immersi in un momento storico in cui l’arte affonda l’immaginazione, e la tecnologia non poteva rimanere fuori da questo circuito. E il tutto si condensa negli oggetti che oramai fanno parte della nostra quotidianità, e che chiavette usb ne sono una costante.

By: Valeria Pacelli

La guerra dei profumi

C’è chi lo preferisce delicato, chi invece aggressivo. C’è chi sceglie quello più forte, chi quello più leggero, chi ne compra uno economico e chi preferisce uno super famoso e costoso. Perché di profumi, si sa, ce n’è per tutti i gusti e per tutte le tasche. E per tutte le pubblicità. Le grandi griffe di profumo si affrontano, da qualche tempo, a colpi di campagne promozionali. Affidate ai grandi nomi del Cinema internazionale (il Miss Dior Che’rie è stato ad esempio affidato a Sofia Coppola), le più grandi maison non badano infatti a spese.

Lancome, per lanciare il suo ‘Tresor’ aveva scelto Kate Winslet e Penelope Cruz, Dior aveva preferito Jude Lowe mentre Justin Timberlake era il beniamino di Givenchy. Il ‘Seductive’ di Guess aveva prediletto invece Alyssa Miller, il ‘Ligh Blue’ di Dolce & Gabbana aveva invece puntato su David Gandy e Anna Jadogzinska mentre Calvin Klein si era dedicato a Diane Kruger e Chanel a Nicol Kidman e Audrey Tautou.

Come si può ben vedere, per i protagonisti c’è l’imbarazzo della scelta così come per le location e per i temi degli spot. L’amore e Parigi, la seduzione e la passione, la bellezza e il lusso, il mare e la metropoli, tutti accompagnati naturalmente da grandi colonne sonore.

La pubblicità è studiata nei minimi dettagli per convincere e fidelizzare i telespettatori. Il mercato dei profumi, infatti, costituisce uno dei maggiori business del settore lusso, perché quasi nessuno rinuncia al piacere di un buon profumo o a un regalo sempre gradito.

“I profumi – spiega Unipro, l’associazione italiana delle imprese cosmetiche – sono legati al concetto di emozione e ne consegue che la pubblicità incida in maniera sostanziale perché fa parte di quella ’emozione’ che il prodotto sviluppa. Tra i media, la fa da padrona la televisione rispetto a riviste e radio”.

È proprio alla televisione che puntano le grandi griffe, infatti, dove cercano di unire ai concetti base, quali seduttività, bellezza e lusso, le situazioni più invidiabili e le atmosfere da sogno.

C’è, però, tra i volti famosi, chi le fragranze le crea da sé! È il caso di Belen Rodriguez e di Fergie dei Black Eyed Peas, che hanno lanciato entrambe, qualche mese fa, un proprio profumo. E seguendo alla lettera il consiglio di Henry Ford, che definiva la pubblicità “l’anima del commercio”, hanno sponsorizzato i prodotti con lingerie, sguardi sexy e curve mozzafiato.

In Italia, invece, aspettiamo ansiosamente natale visto che Noemi Letizia ha annunciato l’uscita delll’imperdibile fragranza Noemi L.

by: Stefania Zaccaria

Arriva la batteria pieghevole, si piega ma non si spezza!

‘Frangar non flectar’, meglio conosciuto come ‘Mi piego ma non mi spezzo’ sarà il nuovo motto della Nec, leader globale nei settori legati alla Società dell’Informazione, e delle sue batterie pieghevoli.

Avranno uno spessore di un foglio di carta, circa 0,7 millimetri per essere precisi, e il vantaggio di potersi piegare fisicamente, per adattarsi anche ad apparecchi indossabili insieme ai vestiti, oltre alla possibilità di ricaricarle in venti secondi.

La prima ‘Organic Radical Battery’ (Orb), la futuribile batteria ricaricabile, risale al 2001 e la prima presentazione ufficiale nel 2005, in occasione dello iEXPO di Tokyo. Da allora si sono intensificate le ricerche fino a oggi quando, la rivoluzionaria batteria, è ormai pronta per il lancio nel mercato. Questo, secondo la compagnia nipponica, potrà avvenire già nel 2013, per fare in modo che, proprio per quell’anno, possano essere sviluppati i primi dispositivi in grado di sfruttarla al meglio.

Dopo i primi prototipi di display a colori touchscreen flessibili, come quelli con tecnologia OLED di Samsung, la ‘batteria di seconda generazione’, così come viene definita dall’azienda, per la sua micro-struttura, (300 micron) può essere impiegata nei futuri telefoni cellulari o palmari di piccole dimensioni, in uno smartphone, o ancora per alimentare smart card e schermi e-paper flessibili.

La sua flessibilità è dovuta alla forma fisica del composto, ovvero un elettrolita in gel che sfrutta le proprietà di un polimero organico. Inoltre le reazioni chimiche avvengono con tale facilità che il ri-caricamento è quasi immediato.

“Questa batteria – hanno dichiarato i tecnici della Nec – è molto affidabile e produce 1,4 volte più energia rispetto alle proposte esistenti. Abbiamo raggiunto questo traguardo con un nuovo catodo composito, ottenuto grazie alla conversione di un materiale solido organico in un gel mescolato a materiali al carbonio. Il prototipo di Organic Radical Battery mantiene la quasi intera capacità anche dopo numerosi cicli di carica e scarica, dato che è dotato di anodi che hanno lo stesso materiale al carbonio delle batterie agli ioni di litio”.

Le nuove batterie, inoltre, proteggono l’ambiente: al contrario delle classiche batterie ricaricabili le ORB non contengono metalli pesanti, come il mercurio, il cadmio o il litio, ma solo materiale organico e fibre di carbonio.

Le ricerche portate avanti in questo senso e nel complesso dall’impresa di software sono state possibili grazie al supporto del Ministero dell’Economia, Commercio e Industria e anche del dipartimento per lo Sviluppo Tecnologico del Giappone.

By: Stefania Zaccaria

Londra celebra 30 anni di moda giapponese

Si sa che il Giappone ha sempre fatto dell’“effetto sorpresa” il suo cavallo di battaglia, da Pearl Harboralle meraviglie della tecnologia. Un paese che dopo l’atomica è tornato protagonista della scena mondiale. Una repentina trasformazione, uno scambio incessante con l’Occidente.

Nel 1979 lo scrittore Haruki Murakami denuncia la propria appartenenza a un nuovo Giappone, che guarda a Ovest. Due anni dopo lo stilista Yohji Yamamoto fa sua la moda occidentale e poi la stravolge. La sua storia è tutta lì, nella bellissima mostra in scena alla Barbican Art Gallery di Londra fino al 6 febbraio.Non a caso fu definita “moda post-atomica”. Quella che appariva era un’esplosione di volumi. Ribaltare e ridefinire i canoni estetici fino ad allora in voga era il manifesto del “maestro”, come fu presto definitoYamamoto, e dei suoi seguaci. Non più capi che seguivano armoniosamente le forme del corpo, ma un delirio asimmetrico, fatto di voluminosità impazzita, che non modella ma ingabbia. L’accostamento cromatico nero-grigio-bianco non toglieva vivacità, anzi, illuminava.

Parigi, capitale del pret-a-porter, fu conquistata nel 1981 da Yamamoto e dalla sua collega Rei Kawakubo, la stilista “Hiroshima chic”. Un’irruzione nel mondo del fashion occidentale che insieme agli abiti squarciava al contempo ogni regola codificata. E l’Europa impazzì. Tutti volevano indossare le creazioni del “maestro”. Ma a chi gli chiedeva  di portare i suoi vestiti, rispondeva: “Attento, non fidarti. Non è così semplice!”. Un pret-a-porter non così “pronto da indossare” dunque.

30 anni dopo. Da ParigiLondra, per stupire ancora. Quella in scena nella capitale inglese è la prima retrospettiva europea dedicata alla moda giapponese. Il titolo è “Future Beauty, 30 Years of Japanese Fashion”. 100 i modelli raccolti. Non solo YamamotoKawakubo, ma anche Issey MiyakeJunya Watanabe, e i meno famosi MatouTao Kurihara, esponenti delle avanguardie. Tutti hanno fatto propri gli insegnamenti del “maestro”, dando vita a una moda che fa il verso all’architettura, in una continua ricerca di spazio, quasi a voler ricreare un ambiente. La Kawakubo, molto attiva anche nel design di interni, ne è esempio lampante. La sua boutique di Aoyama, interamente disegnata da lei, è una perfetta espansione dei suoi modelli.

Gli avanguardisti giapponesi creavano le loro sovrastrutture – passatemi il termine – grazie anche all’utilizzo di nuovi tessuti high-tech. Ma la tradizione era sempre presente. “Lo stile è l’arte di mischiare, di mettere in valore e di governare esteticamente ciò che uno ama”. Parola del maestro.

Yohji Yamamoto vanta oggi numerose collaborazioni, anche nel settore sportivo, con marchi come Adidas. In questo settore ha dato vita a nuove linee innovative, come la Y-3. I suoi due marchi più noti, Yohji Yamamoto, linea unisex, e Y’s, si trovano non solo a Tokyo, ma anche a ParigiLondra eAnversa. La sua fama ha presto superato i confini del fashion per approdare al cinema. Già nel 1989 il regista Wim Wenders ne celebrava la vita e la professione nel suo film documentario “Appunti di moda e di viaggio”. Oggi una nuova celebrazione, a Londra, in una galleria d’arte, dov’è giusto che sia.

By: Gennaro Cutillo

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